In punta di penna

L’8 marzo a Molfetta tra feste, mimose e auguri. Ma il vero senso qual è?

Auguri e figlie femmine per la festa della donna. Ma sì, tanto per sdrammatizzare un po’.

Che l'8 marzo si avvicina lo si capisce mediamente una decina di giorni prima, quando in giro per Molfetta iniziano a comparire locandine su locandine di serate, feste, cene a prezzi stracciati di ogni tipo di locale presente in città e anche al di fuori; quando in alcuni esercizi commerciali – ad esempio supermercati – con una modica spesa di 100 euro, le massaie compiaciute ricevono in omaggio un ramoscello di mimosa o una minuscola piantina il cui ciclo vitale è stato preventivamente calcolato in corrispondenza al tragitto dal supermercato all'abitazione; quando ovunque i tuoi occhi riescano a posarsi vedrai mimose, anche quelle virtuali che invadono le bacheche di facebook mentre iniziano a fioccare inviti a eventi, party esclusivi per donne organizzati rigorosamente da uomini.

Di commenti e auguri strampalati e scontati oggi ne ho letti davvero tanti.

Ho letto auguri del tipo "perché noi valiamo", auguri di chi ricorda di avere una dignità di donna solo oggi – ma che perderà in serata quando andrà con le amiche ad assistere allo spogliarello/lap dance di un maschietto in perizoma che sembra appena estratto da una friggitrice; o la perderà assieme alla voce cantando a squarciagola al karaoke "siamo donne, oltre le gambe c'è di più" mentre agita ramoscelli innocenti di mimosa –; ho letto gli auguri di chi aveva ancora la bocca piena dell'ultimo morso di torta mimosa per festeggiare l'occasione (per carità, nulla contro le torte, sia chiaro). Auguri di chi li fa giusto perché teme ritorsioni di varia natura dal genere femminile più prossimo, o spera semplicemente di non andare in bianco stasera e in quelle a venire. Ho letto gli auguri di uomini che esaltano le proprie principesse come uniche e speciali – magari solo per oggi non alzeranno le mani per picchiare e ribadirne il possesso –, di uomini sinceri e che in fondo (forse) sanno che abbiamo quel qualcosa in più; gli auguri di uomini maschilisti, che questa sera in piccoli "commandi" si aggireranno per i locali in cerca di prede da lusingare e rimorchiare.

Poi c'è un mondo a parte, quello delle idee forti, di chi ogni giorno combatte contro il femminicidio e usa la risonanza di questo giorno per rafforzare il proprio messaggio contro tutti gli orrori subiti dalle donne. È la voce di chi chiede solo un po' più di parità ed emancipazione in un mondo retto (nella maggior parte dei casi) da uomini senza scrupoli, uomini di potere per cui l'anatomia femminile non va oltre tette-gambe-culo.

Ma le eccezioni ci sono sempre, è bene precisarlo (non si voglia urtare la sensibilità di alcuni ometti): sono gli auguri di uomini che (oltre ad aver fatto pace col cervello) sono in pace con quell'angolo tutto femminile che è in loro; sono i non-auguri di uomini che tacciono e basta e nei loro silenzi ci puoi leggere di tutto (invidia, rispetto, inferiorità, ammirazione, indifferenza, orgoglio).

La sera, dunque, sta calando, il coprifuoco maschile sta per scattare. Per le strade della città solo donne in gruppetti sparsi, schiamazzanti, alcune col guinzaglio un po' allentato (solo per oggi), messe in tiro, con l'andatura da Tyrannosaurus Rex per via delle scarpe con tacco vertiginoso e rigorosamente nuove, pronte a scatenarsi, affette da un attacco compulsivo ossessivo di "selfite", pronte ad abbracciarsi e in alcuni casi giungendo a picchi di solidarietà femminile senza precedenti nella storia.

L'indomani al risveglio avranno tre cose a cui pensare: l'euforia della sera prima, criticare l'abbigliamento delle amiche e il tormento delle vesciche ai piedi.
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