Palazzo Giovene. <span>Foto Vincenzo Bisceglie</span>
Palazzo Giovene. Foto Vincenzo Bisceglie
Viva la storia di Molfetta!

Come fu vissuto il 2 giugno 1946 a Molfetta?

Prima le proteste nella primavera, poi le donne al voto per la prima volta

La Festa della Repubblica italiana si celebra il 2 giugno perché, proprio tra il 2 e il 3 giugno 1946, si tenne il referendum con cui gli italiani, dopo 85 anni di regno della dinastia dei Savoia (di cui 20 di dittatura fascista, conclusa durante la Seconda Guerra Mondiale), scelsero di far diventare l'Italia una Repubblica, abolendo la monarchia.
In quei due giorni, votarono per la prima volta anche le donne: fu la prima volta nella storia italiana in cui si svolsero delle votazioni a suffragio universale.
I risultati del referendum vennero resi noti il 18 giugno 1946 e quel giorno la Corte di Cassazione proclamò ufficialmente la nascita della Repubblica Italiana: a favore della repubblica si erano espressi 12.718.641 di italiani, a favore della monarchia erano stati 10.718.502 (le schede nulle o bianche furono invece 1.498.136).


Tuttavia, la data del 2 giugno, che oggi a posteriori guardiamo con una festa, fu vissuta dai protagonisti con la sensazione che, nell'imminenza ed immediatamente dopo quella data, il precario equilibrio unitario potesse frantumarsi nella guerra civile o nel colpo di mano militare.
Molte regioni, specialmente al Sud, versavano in condizioni economiche drammatiche.
Questo panorama, da un lato provocò una massiccia emigrazione verso le città industriali del Nord Italia; dall'altro, alimentò una nuova, intensa fase di lotte contadine, che raggiunse l'apice nel 1946, in Puglia.
Nella struttura economica del nostro territorio, il latifondo continuava a giocare un ruolo determinante ed un'economia prevalentemente agricola tutelava e privilegiava i grandi proprietari, lasciando nella fame e nella povertà il resto della popolazione, costituito da operai e contadini.
La guerra, con il suo bagaglio di sacrifici, morte e distruzione, aveva riportato alla luce le tristi condizioni del Meridione e, in particolare, della Puglia.


Le classi dirigenti italiane, tra il 1945 e il 1946, si trovarono dunque di fronte ad un problema enorme: come riuscire a traghettare un Paese dall'uso delle armi all'esercizio del voto. L'Italia era attraversata da forti tensioni sociali, disoccupazione, aumento del costo della vita, ma anche da risentimenti, violenze diffuse, regolamenti di conti. In certe zone del Settentrione alcuni gruppi partigiani non intendevano abbandonare la lotta armata, così come nel Mezzogiorno e nelle campagne le posizioni reazionarie dei proprietari scatenavano non di rado le violenze dei contadini. Ampie parti del ceto medio, in particolare meridionale, fatto di artigiani, impiegati, piccoli professionisti, si ritrovavano impoveriti, senza casa e con le famiglie smembrate, pronti a cedere ai richiami del qualunquismo o della reazione, nella percezione del "si stava meglio quando si stava peggio".
Bisognava portare chi era appena uscito dalla clandestinità della Resistenza, dalle fila del fascismo, o si ritrovava in una posizione di emarginazione o disparità economica, dentro una politica fatta di confronto argomentativo. Esisteva la percezione netta del rischio di una guerra civile, in parte riconducibile agli strascichi della lotta tra fascisti e antifascisti, ma alimentata sempre più dai dissidi tra tendenze moderate e atteggiamenti intransigenti, tra quanti guardavano a trasformazioni radicali e chi difendeva interessi conservatori.
I reduci di guerra in particolare, chiedevano il posto di lavoro occupato prima della chiamata alle armi, proprio nel periodo di profonda crisi: tra il gennaio e l'aprile del 1946 si aggravò ulteriormente, di oltre 183 mila unità, il già alto tasso di disoccupazione nell'ambito industriale. Le proteste si levarono pure contro le donne accusate di occupare "i posti degli uomini". Un malcontento che presto si tramuto in vere e proprie insurrezioni, con assalti alle prefetture e attacchi ai simboli del potere. Le forze di polizia, ben armate, risposero a questi attacchi sparando spesso sui manifestanti, morirono numerose persone e migliaia furono i feriti negli scontri.
Nei primi giorni di marzo di quell'anno numerose dimostrazioni di protesta si registrarono nelle principali località del meridione d'Italia, in Puglia una vera e propria lotta insurrezionale vide coinvolte centinaia di località tra cui Andria, Bari, Foggia, Lecce, Bisceglie, Molfetta e Cerignola.
Molfetta non fu dunque esente da questo tipo di tensioni e le cronache riportano che il 3 aprile 1946, alcuni manifestanti attaccarono il Municipio, e saccheggiarono magazzini e alcuni pastifici. La polizia intervenne facendo uso delle armi da fuoco, e furono uccisi 3 dimostranti. Tra loro si infiltrarono molti personaggi loschi, provenienti dalla malavita locale, veri e propri delinquenti assetati di cattive intenzioni finalizzate a provocare incidenti e disordini, quasi come un'autentica strategia del terrore.

Il giorno dopo, il giornale "L'Unità" commentò così le gravi rivolte che stanno sconvolgendo la Puglia: "[...]Ieri a Bari, come è noto, gruppi di dimostranti, in cui erano anche alcuni reduci, hanno tentato di incendiare la Prefettura, hanno devastato l'esattoria comunale, hanno saccheggiato una cooperativa democristiana e un panificio. A Barletta è stato saccheggiato un camion che trasportava 200 q.li di grano per la popolazione: autori del saccheggio elementi equivoci guidati dai soliti caporioni qualunquisti. A Molfetta, il Comune e la Camera del lavoro sono stati invasi e devastati da facinorosi, alla cui testa erano noti elementi della malavita politica locale [...]La Prefettura di Napoli ha emesso ieri un comunicato in cui si dichiara che a il Prefetto ha preordinato energiche misure atte a prevenire nel modo più assoluto il ripetersi di ulteriori eventuali perturbamenti dell'ordine pubblico o di avvenimenti minaccianti la sicurezza pubblica, essendo suo intendimento che le libertà democratiche siano garantite e rispettate. Sono state inoltre date precise e tassative disposizioni affinchè sia provveduto con il massimo rigore contro i responsabili degli avvenimenti".

Il 2 giugno di 73 anni fa la Puglia, come il resto del Sud, non scelse la Repubblica ( 32,7% ) ma la monarchia (67,3% ). Fu comunque l'inizio di un percorso di partecipazione democratica che per la prima volta vide la maggior parte dei pugliesi esprimersi liberamente.



Fonti Bibliografiche:

"Provocazioni monarchiche e qualunquiste a Bari, Molfetta e Corato" in "L'Unità" del 4 aprile 1946.

"Perché si festeggia il 2 giugno? È il compleanno della nostra democrazia" in "Il Corriere della Sera" del 29 maggio 2018.

"8 aprile 1946: a Brindisi insurrezione dei reduci di guerra" di Giovanni Membola in "L7 Magazine".

"La guerra civile dimenticata: il linciaggio delle sorelle Porro" di Antonio Verardi in "pugliain.net".

Milena Agus, Luciana Castellina, "Guardati dalla mia fame".

"La comunicazione politica come razionalizzazione della violenza" saggio introduttivo di Felice Blasi in "La Puglia alla Costituente. 1946: informazione, opinione pubblica e prime elezioni".

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