Il sequestro dei Carabinieri
Il sequestro dei Carabinieri
Cronaca

Maxi-sequestro da 50 milioni a Molfetta: le indagini iniziate nel 2016

Nel mirino Giuseppe Manganelli: l'attività avviata dai Carabinieri dopo una serie di controlli stradali

Un maxi sequestro preventivo del valore di 50 milioni di euro - un capitale fatto di immobili, compendi aziendali, conti correnti, veicoli e beni di lusso, compresa un'imbarcazione da diporto - è stato eseguito giovedì scorso dai Carabinieri nei confronti di Giuseppe Manganelli, 52 anni, noto imprenditore edile di Molfetta.

Il provvedimento a carico dell'uomo, in passato condannato associazione per delinquere finalizzata al narcotraffico, estorsioni, rapine e lesioni e coinvolto nelle operazioni "Primavera" e "Reset" (1994 e poi 1996), è stato emesso dall'Ufficio Misure di Prevenzione. La fortuna del 52enne, come ricostruito dal provvedimento firmato da Giulia Romanazzi, presidente della sezione specializzata del Tribunale di Bari, deriva da «una fruttuosa carriera criminale» risalente agli anni '90.

L'indagine, condotta dai militari dell'allora capitano Vito Ingrosso, sviluppata in simbiosi col Nucleo Investigativo di Bari diretto dal maggiore Stefano Invernizzi, è nata dopo una serie di controlli alla circolazione stradale svolti dagli uomini della Compagnia e della Stazione di Molfetta nei confronti di soggetti del posto, ma anche pugliesi e campani, riconducibili al 52enne. L'inchiesta, coordinata dal pubblico ministero Ettore Cardinali, è stata depositata nel 2019. Giovedì, la fine.

Secondo le indagini l'uomo avrebbe costruito il suo impero con «capitali di provenienza illecita». In particolare il sequestro ha riguardato 16 fabbricati, tra cui la villa dove risiede, 4 terreni, per un'estensione totale di 5mila metri quadrati, 5 società tra le quali la Unione Petroli, una s.r.l. con sede ad Ancona con un fatturato annuo di circa 20 milioni di euro, 6 veicoli e un motopeschereccio (il "Paolo Padre"), ben 11 conti correnti e quote partecipative ad un fondo di investimento.

Il provvedimento, richiesto dalla Direzione Distrettuale Antimafia, è stato disposto rimarcando la «elevata pericolosità sociale» di Manganelli, il quale grazie a una «fruttuosa carriera criminale», avrebbe accumulato varie «somme di danaro, con probabilità provento delle attività di narcotraffico ed estorsive cui lo stesso era dedito negli anni '90» - a confermarlo due pentiti, Giuseppe Pappagallo e Michele Giangaspero - fondando così «il suo impero finanziario e imprenditoriale».

Dal 2011, il 52enne, dopo 12 anni di detenzione avrebbe iniziato a investire nel campo dell'edilizia, «grazie alla fittizia interposizione di alcuni prestanome». Così avrebbe costituito le prime società (la Nicoletta Acquaviva e poi la Edilduemmegi​ che la Procura ha definito «inquinate» perché sorte con il «reimpiego di capitali di derivazione delittuosa») e diversificato gli investimenti, «con un'operatività non più limitata all'edilizia, ma estesa al settore della distribuzione di carburanti».

Il sistema, un intricato percorso di costituzioni e acquisizioni societarie, passato al setaccio dai Carabinieri dopo complesse analisi investigative era quello delle «scatole cinesi, messo in atto per occultare l'illecita provenienza della ricchezza finanziaria». Una ricchezza nata, soltanto in apparenza, dal nulla. I militari hanno anche accertato una netta sproporzione finanziaria: la famiglia Manganelli, dal 1996 al 2018, ha impiegato 500mila euro in più rispetto alle entrate ufficiali.

«Questa è la prova tangibile che lo Stato e le istituzioni lavorano quotidianamente contro l'illegalità», ha dichiarato il sindaco Tommaso Minervini. «Altre indagini sono in corso per gli altri episodi di recente e presto assicureranno giustizia» ha aggiunto riferendosi ai recenti roghi e attentati incendiari avvenuti a Molfetta.
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