Contrada San Giacomo
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Viva la storia di Molfetta!

Torre San Giacomo e l'insediamento benedettino, la storia che Molfetta deve riscoprire

I resti ancora visibili a poche centinaia di metri dalla Basilica della Madonna dei Martiri

Non tutti sanno che quella che i molfettesi comunemente chiamano Torre San Giacomo, fu un tempo il più notevole insediamento di benedettini presente nella nostra città.

Qual è la sua storia? Per saperlo, occorre fare un grande passo indietro nei secoli, ed arrivare fino al Medioevo.
Roberto II di Bassavilla, conte di Conversano e signore di Molfetta, nell'aprile del 1173, decise di costruire a proprie spese, vicino al porto medievale di Molfetta (l'antico porto si trovava presso Cala San Giacomo), una chiesa con annesso ospedale, in onore di San Giacomo. Nella zona di edificazione erano da tempo attivi un monastero e la vecchia chiesetta di San Giacomo, con annesso cimitero. Il monastero, sorgeva a nord della contrada la Padula (il nome padula infatti deriverebbe dal latino medievale paludem, tramite la trasposizione delle lettere D e L), a quel tempo quasi completamente bonificata, forse anche grazie all'intervento dei monaci della stessa comunità, e coltivata prevalentemente a ulivi. Nel 1180 l'ospedale voluto dal conte Roberto (per "ospedale" nel Medioevo si indicava un luogo destinato a offrire ospitalità a chi ne avesse avuto bisogno) era già stato eretto, ed esistente era pure il palazzuolo di San Filippo e san Giacomo.
Nel basso Medioevo la chiesa San Giacomo si trovava dunque in un articolato complesso monastico, insieme all'esistenza di un ricco priorato; lo si può desumere anche dai benefici e dai privilegi che spesso le erano concessi dalla Chiesa di Roma e che le fonti storiche menzionano.

Tuttavia nel corso dei secoli la chiesa ed il monastero persero tutto il loro prestigio, ed i loro gloriosi trascorsi vennero presto dimenticati.

La conferma di ciò ci viene data attraverso un documento datato 1698, scritto dal vescovo di Bisceglie, Pompeo Sarnelli, che durante la sua visita pastorale, ispezionò la chiesa di San Giacomo. Giunto in carrozza alla chiesa, il Sarnelli la trovò in completo stato di abbandono, senza "alcuna protezione di porte e finestre". "Era un tempo" scrive " per quanto si arguisce dalle vestigia, un monastero di monaci, il cui ordine però s'ignora". Ora invece sappiamo, come detto precedentemente, che si trattava di un monastero di benedettini. Il vescovo poi continua con la sua descrizione:"Al visitatore si presenta spoglio come nelle chiese abbandonate. Sulla mensa vi è una statua rappresentante San Giacomo. Sul lato più corto del piedistallo della statua c'è una iscrizione: Fra' Giacomo eresse nell'anno del Signore 1555. Sulla base maggiore dello zoccolo si notano le insegne araldiche della famiglia Filioli". (La famiglia Filioli era una antica e nobile famiglia molfettese originaria della Francia; potete ancora vedere il suo stemma ad esempio, sul portale e sul pozzo di Palazzo Filioli in via Salvatore n. 7)
La visita prosegue poi con la descrizione dell'esterno e dell'interno della chiesa, degli edifici e degli spazi circostanti. "Poggiano sull'intera costruzione due cupole a chiancarelle, di disugale altezza. La più grande corrisponde alla porta maggiore. Le pareti della chiesa, dal basso in alto, sono lisciate alla perfezione, prive di incrostature e questo ne rende più piacevole l'aspetto [...]
Tutti i lastroni del pavimento sono stati rimossi e buona metà dell'interno è coperta dalla terra cavata dai cacciatori di tesori".

Non è questa la prima segnalazione di profanazioni del luogo sacro dovute al vandalismo di improvvisati cercatori o di avidi avventurieri. Episodi del genere erano accaduti anche nel secolo precedente secondo la testimonianza del Marinelli che a proposito di San Giacomo cita nella sua relazione: "Li tanti luoghi sotterranei scoperti dalla curiosità de alcuni venuti insin da Francia a cercare qui tesori et cose nascoste ben che non abbian costoro trovato mai altro che vasi antiqui"-
La visita pastorale continua con la descrizione di un prezioso arredo. Infatti sull'emiciclo dell'abside, sotto la cupola minore c'è una trave con "una statua di Cristo in croce molto antica".
L'accesso alla chiesa è consentito da due aperture e difatti dall'esterno si notano due porte, la più piccola sul lato meridionale della chiesa, e la maggiore a ovest dove è l'ingresso principale. Qui aderisce al muro dell'edificio sacro una grande fornice (struttura architettonica arcuata) con tre grossi archi. Si tratta del bel protiro romanico della chiesa di San Giacomo (il protiro è un termine architettonico con cui si definisce un piccolo portico posto a protezione e copertura dell'ingresso principale di una chiesa). A torto altri studiosi hanno voluto riconoscere in esso l'antico Ospedale dei SS. Filippo e Giacomo o la Cappella dell'Ospedale.
A occidente presso la fornice si eleva la torre campanaria, molto alta, ma al momento della visita risultava priva di campana. Essa inoltre doveva verosimilmente servire di vedetta e di segnalazione per il luogo sacro e il vicino porto.
A destra di chi esce dalla chiesa c'è un altra "Camera", ossia un altro locale a volta, e fuori dalla porta maggiore si trova un'acquasantiera in pietra a forma di conca. Tutt'intorno ad una certa distanza vi sono altri muri di recinzione a protezione di frutteti e degli orti. A oriente a mezzogiorno, dove il vescovo vede diversi aranci "c'erano di certo i dormitori dei monaci, come in essi dimostrano l'angustia dei muri e le finestre chiuse". Secondo il Lombardi "nelle pareti del piccolo dormitorio" erano "dipinte molte imagini di Santi Benedettini".
Nessuna notizia di pietre tombali ci viene fornita dal Sarnelli, forse perché asportate o coperte dal terreno.

Anche il Marinelli un secolo prima parlava di molti edifici intorno alla chiesa, e ciò corrisponde al vero perché le costruzioni e i ruderi ancora visibili nel XVI e XVII secolo erano quanto rimaneva della vecchia chiesetta, del chiostro, del cimitero, del palazzuolo di San Filippo e San Giacomo, della chiesa e dell'ospedale di San Giacomo, con le loro infrastrutture e dipendenze, ricordate dai documenti medievali.
Alla fine dell'ispezione, il vescovo, avendo constatato che per giungere alla chiesa, l'unica entrata era costituita dalla porta dell'orto, non giudicò opportuno raccomandare nient'altro, "ritenendo sufficiente contro gli eventuali predatori la protezione delle muricce di cinta e la sorveglianza saltuaria del fittavolo".

Dalla visita del vescovo Sarnelli trascorrono anni senza che ci soccorrano altri documenti rilevanti, fino ad arrivare al 1715, con la visita della chiesa compiuta dal vicario generale Giuseppe Rossi. Recatosi sul posto, egli apprende che la chiesa apparteneva allora a Tommaso Filioli e che in passato si diceva che essa fosse stata dell'ordine dei Cavalieri Teutonici (ma tale supposizione non ha alcun fondamento). Anche il vicario ispeziona l'altare e su di esso rinviene una teca con la statua lapidea di San Giacomo, la stessa descritta dal vescovo Sarnelli. Proseguendo la visita, osserva preso la cupola minore la croce con il simulacro di Gesù crocifisso. Fatta l'ispezione del pavimento della chiesa, che doveva apparire di certo in condizioni ben peggiori rispetto alla precedente visita, il vicario dà disposizioni per la sua pulizia e riparazione. Ordina di ristrutturare la cupola, di far munire la chiesa di porte, e quanto al patrizio Tommaso Filioli, dispone che avrebbe dovuto dare prova del suo diritto di proprietà entro un mese, pena la perdita del bene. Ma le disposizioni del vicario generale non sortirono l'effetto desiderato, ed infatti nel 1723 la chiesa di San Giacomo risulta tra "Le Chiese derelitte e serrate".
Tommaso Filioli, a seguito della chiusura della chiesa, trasferì nella sua casa la statua di San Giacomo, ma dopo la sua morte, se ne perse ogni traccia. Solo nel 1840 il Romano riuscì a trovarla e ad entrarne in possesso; la statua rimase nel patrimonio della famiglia fino al 1905, quando fu poi ceduta ad un antiquario.
In tutto questo lasso di tempo, la chiesa di San Giacomo e le vestigia del priorato benedettino, per l'abbandono, la negligenza e la devastazione, sono andate incontro a rovina quasi totale. Già prima del 1828 quegli edifici ancora esistente nella seconda metà del settecento erano in gran parte scomparsi, causati da crolli forse accelerati anche dal terremoto del marzo del 1731. Essi hanno anche subito la demolizione a favore di qualche lembo di terra per le colture, hanno patito l'asportazione dei blocchi di pietra adoperati come materiale di risulta in altri luoghi, ed infine hanno conosciuto l'ennesima violazione dei cacciatori di tesori, che ancora nel primo trentennio del '900 si sono accaniti in una vana ricerca di monete ed oggetti preziosi. Unica costruzione superstite di quello che un tempo doveva essere un grande complesso monastico, è quel protiro romanico descritto poco fa, ora parzialmente interrato, e da tempo adattato a deposito di attrezzi agricoli, tanto da essere definito già nel 1874 con un nome che è a noi familiare, "Torre San Giacomo" (dove torre è la traduzione letterale del dialetto tòrre, ovvero casa rustica).

Questa è dunque la triste fine della chiesa di San Giacomo e del suo plesso monastico. Concludo citando il prof. Marco Ignazio de Santis, grande studioso molfettese, che parlando della chiesa di San Giacomo nel suo lavoro "La Chiesa San Giacomo di Molfetta in due visite pastorali tra '600 e '700 " scrive così:"È un bene che andrebbe salvaguardato, con urgenti interventi di restauro, dai danni del tempo e dalla incuria degli uomini. Una opportuna campagna di scavi potrebbe essere condotta nell'ambito della cala, per riportare alla luce i resti del porto medievale, e nelle vicinanze del rudere romanico, per ritrovare tracce degli edifici del priorato ed eventualmente materiale archeologico cui accenna il Marinelli. Addossata al portichetto, dalla parte di settentrione, c'è una cisterna nelle vicinanze della "Camera" descritta dal Sarnelli: a sud, sotto un pozzo di acqua salmastra riempito di pietre e in disuso, sono stati rinvenuti negli anni '30 dei camminamenti e le fondamenta del dormitorio ricordato dallo stesso vescovo (due vani ipogei ora sono adibiti a serbatoio d'acqua); a ponente, fu ancor prima scoperto e smantellato, perché d'ostacolo all'aratro, il basamento di una costruzione; immediatamente ad est del rudere, si dovrebbero trovare sottoterra, se non hanno subito rimozioni, i resti del muro perimetrale della chiesa di San Giacomo e più in là tracce dell'altro edificio ancora in piedi nell'aranceto alla fine del '600".


Fonti bibliografiche: "La Chiesa San Giacomo di Molfetta in due visite pastorali tra '600 e '700" di Marco Ignazio de Santis in «Archivio Storico Pugliese», 1984, p. 161.
  • cala san giacomo
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