BANCHI SCUOLA
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Coronavirus, Lella Salvemini e Mimmo Facchini: come si organizzano i professori di Molfetta?

Le testimonianze della docente del Liceo Classico e del docente dell'Istituto Alberghiero

Oramai è più di una settimana che le scuole hanno sospeso le loro attività, è stata repentinamente messa in atto la didattica a distanza. I docenti sono stati i primi a doversi confrontare con questo metodo alternativo di insegnamento. Per questo abbiamo raccolto, sempre attraverso i nuovi strumenti di comunicazione, le testimonianze di due docenti, di due scuole superiori differenti, le loro riflessioni su questo particolare momento in cui il coronavirus ha minato la nostra quotidianità, le nostre certezze, il modo di fare scuola e di insegnare.

Lella Salvemini, docente di filosofia del Liceo Classico "Leonardo da Vinci", ci dice: «il momento peggiore è stato sabato scorso, il 7, quando siamo rientrati al Classico aperto solo per due ore, per poter prendere i nostri manuali dal cassetto. I corridoi silenziosi, le aule vuote e buie, sembrava ci fosse un funerale, uscire dal cancello è stato uno strappo, accompagnato dal pensiero "quando torneremo?".
E dopo sbrogliare la matassa della "didattica a distanza".
Che è stato rimettersi in gioco, dopo anni di mestiere acquisito, riformattare gli automatismi. Pomeriggi di studio, di consultazione di siti, di confronto telefonico con i colleghi, anche di "collegi docenti" fatti tutti collegati in videoconferenza, a salutarsi, a ritrovarsi in qualche modo.

Una cosa è stata subito chiara, riacciuffare gli alunni, non solo perché non interpretassero la sospensione come una vacanza, ma perché non si smarrissero: la scuola dà forma alle giornate, le scandisce, le struttura. E quindi, tutto rigorosamente tracciato tramite registro elettronico, i primi giorni ricapitolazioni, esercitazioni, versioni da fare. Poi è stato necessario attrezzarsi e imparare, ex novo, come studenti.

Imparare a usare programmi nuovi, a fare videochiamate con tutti gli alunni, a preparare il materiale adatto per supportarle, a trovare il dono della sintesi.
E poi ritrovarli tutti, nella videochiamata, come se fosse squillata la campanella, comparire da casa loro, con i dizionari accanto ed i manuali. È stata una sorpresa in fondo, vedere come hanno risposto, stare attenti, anche davanti al computer, silenziare i microfoni per non dare fastidio con i rumori di sottofondo, alzare la mano per chiedere spiegazioni, rispondere se vien fatta loro la domanda.

Poi ci sono gli effetti collaterali.
Le docenti che comunque si vestono e si truccano e se vien chiesto loro dai mariti e figli "ma dove stai andando?" rispondono "nel salone a fare la video lezione", perché la dignità è tutto e non si fa lezione in tuta e ciabatte. E poi piazzare la videocamera nel punto più opportuno, magari con i libri dietro, dire ai congiunti "non uscire dalla camera da letto, che sto facendo lezione e non voglio che ti vedono".
Una cosa è certo, lavorare il doppio per trasformare la propria professionalità, conservando la propria professionalità.

Rassicurare i ragazzi, perché si è grandi e la propria paura non bisogna mostrarla, bisogna essere forti.
Credere a tutti costi che la campanella tornerà a suonare e sarà bello rientrare in classe e in quella normalità, che non è mai sembrata bella come ora, che è stata sospesa».

Per Mimmo Facchini, docente di laboratorio per i servizi enogastronomici- settore cucina dell' I.P.S.E.O.A di Molfetta, «la Scuola e il suo principio fondamentale: creare i cittadini del domani, un domani che oggi sembra quanto mai incognito e svuotato di quel significato intrinseco legato al futuro, ai desideri, ai sogni. Futuro, desideri e sogni che noi insegnati percepiamo ogni giorno, grazie al contatto - confronto con le giovani generazioni che si avvicendano anno dopo anno, in una "danza" sempre diversa, ma sempre uguale, legata al rinnovarsi delle esperienze di crescita di ognuno dei nostri allievi.

Studenti che vediamo crescere, che tangibilmente vediamo "maturare" settimana dopo settimana, mese dopo mese e che molto spesso, tra infinite variabili circostanti, vediamo tornare dopo il diploma di Stato, uomini e donne gratificati dalla propria esperienza e grati per i nostri insegnamenti.

Già l'insegnamento, che è cosa più complessa e più totalizzante rispetto alla semplice didattica. In questo tempo di crisi ci si chiede di continuare a "fare didattica a distanza", e questo non tanto perché i giovani possano realmente trarre profitto da ciò che smisuratamente arriva dai proff tramite i canali più o meno virtuali più disparati, ma per una sorta di mantra che ripetiamo a noi stessi, incalzati dalle varie circolari istituzionali: «Io il mio dovere l'ho fatto, non mi possono dire niente …».

Il grande Antonio de Curtis avrebbe aggiunto: «… e ho detto tutto …», si ma in quel tutto c'è di più di quanto si possa pensare e c'è molto di meno di quanto si possa e si debba dare. Accennavo alla corsa sfrenata di molti colleghi nel somministrare compiti su argomenti mai condivisi o su tematiche mai trattate, sull'imbarazzante ricorso al primo link trovato su google, ai filmini pseudo professionali su assunti che mai avremmo concesso di guardare.

Di contro c'è chi si è inventato qualcosa di più complesso e professionale, pur se, anche in questi casi, la verifica, riguardante il livello reale di apprendimento, è sempre legata alla buona volontà del docente ed alla maturità ed all'onestà intellettuale del discente. Cosa ben più complessa riguarda quei docenti, come chi scrive, che hanno discipline d'insegnamento tecnico-pratico, cioè quelle materie caratterizzanti il corso di studio; le difficoltà si amplificano legandosi indissolubilmente alla qualità ed alla quantità dell' "addestramento", non specificatamente legato alle conoscenze, quanto alle competenze operative, pratiche, manuali.

Il "problem solving" è una fattispecie che si vive quotidianamente, anzi momento dopo momento, nei laboratori delle nostre scuole, momenti che non possono, e non potranno mai essere sostituiti da un tutorial asettico e privo di qual si voglia contraddittorio.

Nei laboratori, spesso parzialmente privi delle necessarie attrezzature, ci si inventa, ci si confronta, ci si aiuta guidando le mani incerte ed inesperte dei giovani, ci si mette in discussione per ottenere i risultati auspicati, attraverso una o più didattiche che rispettino le regole, ma che rispecchino le eccezioni, che la creatività impone a coloro che plasmano le nuove generazioni, con la fermezza di un "Maestro" e con la amabilità di un "Genitore"».
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