Pulo di Molfetta
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Massimiliano Mayer e il Pulo di Molfetta: un viaggio nel tempo all’inizio del '900

L'area non era mai stata sottoposta a un’indagine archeologica condotta con metodo scientifico

Nell'estate del 1900 l'archeologo Massimiliano Mayer, incaricato dalla Commissione Provinciale di Archeologia e Storia Patria di Bari, avviò una serie di scavi sistematici nel Pulo di Molfetta. Fino ad allora la grande dolina carsica era stata descritta da geologi e naturalisti, ma mai sottoposta a un'indagine archeologica condotta con metodo scientifico.

La ricerca di Mayer, confluita nella relazione redatta nel 1901 e pubblicata tre anni più tardi nei Documenti e Monografie per la Storia di Bari, rappresenta il primo tentativo organico di interpretare il Pulo non come curiosità naturale, ma come spazio abitato e stratificato di vita preistorica. Le osservazioni raccolte sul campo, le misure, le descrizioni e i reperti restituiscono l'immagine di un luogo complesso, nel quale la roccia, le cavità e gli strati di terra nera diventano testimonianza diretta delle prime forme di insediamento umano nel territorio molfettese.

Il primo colpo d'occhio che Mayer registra è quello di "un vasto sprofondamento che forma un bacino di forma piuttosto ovale, di diametro di metri 170 e profondo metri 30 nelle parti più basse". Le pareti, dirupate e irregolari, sono fittamente traforate da cavità a più altezze. Alcune sono semplici fenditure naturali, ma altre, osserva, mostrano segni di un adattamento consapevole: "pavimenti spianati, gradini, panche lavorate nella pietra". È il primo indizio di una presenza umana stabile. Fra le grotte esplorate, una in particolare colpisce Mayer per la sua architettura. È articolata su più piani "tre, o più propriamente quattro" e ognuno di essi rivela una funzione distinta. In basso, un vano che egli definisce "cucina", con un piccolo forno ricavato nella roccia e una macina di lava vulcanica. A metà altezza, un gradino trasversale alto circa quaranta centimetri, che sembra destinato a sedile. Più sopra, un ambiente con un pilastro centrale "lavorato nel sasso vivo", rastremato verso il basso per sostegno. È un'abitazione rupestre vera e propria, con livelli sovrapposti e segni di vita domestica.

Scendendo sul fondo del bacino, Mayer individua uno strato di detriti e macerie spesso circa settanta centimetri, poggiato su una terra nera e fine "come caffè macinato". Da questa sequenza deduce che il Pulo sia il risultato del crollo di una gigantesca cavità originaria: "una sola e immensa grotta la cui volta fu corrosa dalle acque". Quel crollo, avvenuto in epoca remota, avrebbe lasciato la dolina attuale come ferita aperta nella roccia. Nel punto centrale del bacino, Mayer descrive una scoperta inattesa: una sorgente d'acqua dolce. Si trova "al di sotto del più grande dei due alberi di fico, laddove stanno i pilastri di tufo con la pergola", e scende per circa otto metri e mezzo. L'acqua, annota, "è piuttosto dolce, e non ferruginosa come creduto". La presenza di una fonte naturale, così precisa nella localizzazione e nelle misure, aggiunge un elemento nuovo al quadro del Pulo: un ambiente capace di sostenere vita per lunghi periodi.

Durante le esplorazioni, Mayer registra anche segni di attività più recenti: la piccola fabbrica borbonica per l'estrazione del salnitro, un mucchio di scorie e una cisterna "ancora intatta". Sul fondo, nota il movimento di animali: "i luoghi più bassi del Pulo sono abitati da grandi serpi innocui", e le volpi "abbandonarono le loro tane per ritornarvi dopo". Le sue osservazioni naturalistiche, minute e asciutte, rendono il luogo un laboratorio di vita oltre che un sito archeologico.

Ma la scoperta più significativa Mayer la fa fuori dal cratere, nei campi circostanti. Nei terreni Spadavecchia, poco oltre il ciglio, individua un secondo complesso di resti, più antico di quello rupestre. Scrive: "Si giunse in questo modo a scoprire l'esistenza di due stazioni preistoriche invece di una, di cui la superiore è più antica del Pulo stesso." In superficie emergono tracce di capanne in creta e legno, pavimenti di argilla indurita dal fuoco, frammenti di pareti che conservano "le impressioni dei pali". Mayer raccoglie ceramiche graffite, ossa di animali, carbone e strumenti di pietra: i segni di un villaggio neolitico organizzato.

Durante gli scavi affiorano anche tre tombe. La più completa, orientata da ovest a est, è costruita con lastre calcaree disposte a cassone. Sul fondo, accanto ai resti di una bambina, Mayer annota "un frammento di tazza d'impasto nero a politura e lo scudo di una tartaruga". È una scena sobria, descritta senza pathos, ma di enorme valore documentario: la testimonianza di un rito funebre preistorico nel territorio molfettese. Le ultime pagine della relazione sono dedicate alle condizioni del sito. Mayer nota che i fichi selvatici "diramandosi fra i sassi" compromettono la stabilità delle grotte, ma che molte di esse "si trovano ancora in condizione così buona che con poca fatica e spesa se ne potrebbe assicurare la conservazione".

Nella sua scrittura, ogni dettaglio, geologico, vegetale o umano, è parte di un unico insieme: la grande cavità, le abitazioni, la fonte, gli animali, le tombe. Tutto concorre a comporre l'immagine di un Pulo vissuto e stratificato, dove la pietra conserva la memoria di chi l'ha abitata. Mayer non chiude la sua relazione con ipotesi, ma con una constatazione: che nel Pulo di Molfetta si leggono "i segni di una vita primitiva continuata", e che le sue pareti, "malgrado la rovina parziale, perdurano tuttora essenzialmente nella loro condizione primitiva".
Così il Pulo rimane, nelle sue parole, una grande cronaca di pietra: non un mistero, ma una storia.

Fonte bibliografica: Massimiliano Mayer, "Relazione sugli scavi eseguiti nel 1901 nella località detta Pulo di Molfetta", in Documenti e Monografie per la Storia di Bari, vol. V, Bari 1904.
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