
Viva la storia di Molfetta!
Il corteo dimenticato della Fiera di Molfetta
Quando la città proclamava le franchigie e accompagnava le autorità verso il santuario
martedì 8 settembre 2026
Per capire il corteo della Fiera di Molfetta bisogna partire da una domanda semplice: perché una fiera aveva bisogno di un corteo? Oggi siamo abituati a pensare alla fiera come a un insieme di bancarelle, commercianti e visitatori. Nei secoli passati, invece, una grande fiera era un avvenimento molto più complesso. Per alcuni giorni aumentavano gli scambi, arrivavano forestieri e mercanti da altri luoghi, si moltiplicavano le compravendite e potevano nascere controversie che richiedevano un'autorità in grado di intervenire rapidamente. La Fiera, quindi, non aveva soltanto una dimensione commerciale: comportava anche un'organizzazione amministrativa e giudiziaria.
A Molfetta questa realtà affonda le sue radici nel 1399, quando re Ladislao d'Angiò-Durazzo concesse alla città il privilegio di tenere annualmente la Fiera nel periodo di settembre. Non possiamo sostenere che già in quell'anno il cerimoniale avesse esattamente la forma descritta dalle fonti di età successiva, perché le istituzioni cambiano nel tempo. Possiamo però affermare che la Fiera sviluppò molto presto magistrature specifiche, tanto che già nel Quattrocento compaiono nei documenti i Maestri di Fiera, indicati con la formula latina magistri nundinarum.
Nel 1459 è attestato Giliolus Iohannis Splenosi; nel 1480 compaiono Thomas Antonii de Nesta e Angelus Goffridi Paxari. Questo dato è importante perché permette di capire che i Maestri di Fiera non erano figure cerimoniali inventate in un secondo momento. Erano veri magistrati inseriti nella vita pubblica della città e incaricati di svolgere funzioni connesse alla Fiera. La tradizione successiva descrive due Maestri, uno appartenente al ceto nobiliare e uno a quello popolare. La scelta di due rappresentanti provenienti da gruppi sociali differenti non era priva di significato: la Fiera coinvolgeva l'intera comunità cittadina e richiedeva un'autorità riconoscibile e condivisa. Durante quei giorni i Maestri diventavano il punto di riferimento dell'amministrazione fieristica.
Ed è proprio qui che entrava in gioco il corteo.
Il corteo non nasceva per intrattenere la popolazione. Era il mezzo attraverso il quale l'insediamento dei Maestri e l'apertura della Fiera venivano resi pubblici. In una società nella quale non esistevano mezzi di comunicazione immediati, l'autorità aveva bisogno di mostrarsi e di parlare direttamente nelle strade. Il passaggio degli ufficiali, dei valletti e dei magistrati rendeva visibile ciò che stava avvenendo: la città stava entrando nei giorni della Fiera e le funzioni straordinarie collegate a essa venivano ufficialmente attivate.
La descrizione più dettagliata del cerimoniale è conservata nel Saggio storico della città di Molfetta di Antonio Salvemini, pubblicato nel 1878. Salvemini racconta un rito ormai consolidato e per questo bisogna evitare di trasferire automaticamente ogni particolare a fine Trecento. La sua testimonianza, tuttavia, permette di ricostruire con chiarezza la logica e i protagonisti della cerimonia. Uno di questi era il Capitano della Fiera. Salvemini lo descrive come un giovane vestito con particolare cura e con una piccola spada al fianco. Non era però un cavaliere nel senso militare del termine. La sua funzione era legata al cerimoniale della Fiera e soprattutto alla proclamazione pubblica della sua apertura.
Accanto a lui comparivano i valletti dell'Università, il cancelliere e gli ufficiali cittadini. Il termine "Università" può trarre in inganno il lettore moderno: nell'Italia meridionale di antico regime indicava la comunità municipale, cioè quello che oggi chiameremmo Comune. I valletti erano quindi personale dell'amministrazione cittadina e la loro presenza nel corteo sottolineava il carattere pubblico dell'evento. Il centro fisico del cerimoniale erano i Quattro Cantoni. Per individuarli bisogna guardare all'attuale Corso Dante, che un tempo era conosciuto come Strada Borgo, nei pressi della chiesa di Santo Stefano. Qui sorgeva una struttura in muratura, oggi scomparsa, alta poco più di cinque metri. Durante la Fiera quella tribuna diventava la sede pubblica dell'insediamento dei Maestri.
Su questo luogo le fonti conservano un particolare curioso. La tribuna dei Quattro Cantoni era alta, più precisamente, circa 5,28 metri e non veniva utilizzata soltanto durante la Fiera. Su uno dei suoi lati era scolpita l'iscrizione latina Sacris Palmis Dicatum, cioè "dedicato alle sacre palme", perché la stessa struttura serviva nella Domenica delle Palme per la benedizione delle palme, seguita dalla lettura della Passione. Dall'8 al 15 settembre, invece, quello stesso spazio cambiava funzione e diventava il luogo dell'insediamento dei Maestri di Fiera. È una piccola testimonianza di come uno stesso spazio urbano potesse essere utilizzato, nel corso dell'anno, tanto per i riti religiosi quanto per quelli civili della città.
Questo passaggio è fondamentale per capire la natura del corteo. I Maestri non arrivavano ai Quattro Cantoni semplicemente per farsi vedere dalla popolazione. Lì prendevano formalmente possesso della carica e un notaio redigeva l'atto relativo al loro insediamento. La presenza del notaio dimostra che il rito non era soltanto rappresentativo: aveva un contenuto amministrativo preciso. Il corteo conduceva quindi a un vero atto pubblico. Una volta insediati i Maestri, iniziava un secondo momento della cerimonia. Il Capitano della Fiera, accompagnato dal cancelliere e dagli ufficiali, percorreva la città per annunciare l'apertura ufficiale della Fiera e l'inizio delle franchigie previste per quei giorni.
Anche il termine "franchigie" va spiegato. Le fiere antiche erano spesso accompagnate da agevolazioni, esenzioni o regole particolari concesse per favorire il commercio e attirare mercanti. Annunciare l'inizio della Fiera significava quindi comunicare che da quel momento entrava in vigore un regime particolare, valido per il periodo fieristico. Non si trattava semplicemente di dire che le bancarelle erano aperte: veniva proclamato l'inizio di una fase diversa della vita economica cittadina. Il corteo aveva perciò una funzione molto concreta. Serviva prima a insediare l'autorità e poi a comunicare pubblicamente l'apertura della Fiera. In questo senso era parte integrante del funzionamento stesso dell'istituzione.
A tutto questo si aggiungeva un ulteriore elemento, quello religioso. Le fonti ricordano infatti l'offerta della cera e di altri donativi al santuario di Santa Maria dei Martiri. Uno dei Maestri lasciava temporaneamente la sede della Fiera e si recava al santuario, mentre l'altro rimaneva presso il tribunale. Il giorno seguente i ruoli si invertivano. Questo particolare non deve essere letto semplicemente come una devozione privata dei magistrati. L'offerta rappresentava un gesto pubblico della città e mostrava il legame stretto che esisteva tra la Fiera di settembre e il contesto religioso della festa. Allo stesso tempo, il fatto che uno dei due Maestri rimanesse sempre presso la sede fieristica rivela una logica amministrativa precisa: l'autorità non veniva mai lasciata completamente scoperta.
Il corteo, quindi, univa tre elementi diversi ma strettamente collegati. Il primo era istituzionale, perché segnava l'insediamento dei Maestri; il secondo era economico e amministrativo, perché accompagnava l'apertura della Fiera e delle franchigie; il terzo era religioso, perché comprendeva l'omaggio al santuario. È forse questo il patrimonio più interessante da riscoprire. Dietro la Fiera che ancora oggi accompagna settembre esiste una storia civile quasi dimenticata, fatta non di personaggi intercambiabili con quelli di qualsiasi altra città, ma di luoghi, istituzioni e protagonisti specificamente molfettesi.
Per raccontare la storia di Molfetta, in fondo, non occorre inventare un corteo.
Il corteo c'era davvero. E le fonti ci raccontano ancora come la Fiera entrava solennemente nella vita della città.
Bibliografia
Gadaleta, Nicola, «Clero, famiglie e società nel tardo medioevo. Il Capitolo Cattedrale di Molfetta dal 1386 al 1494», in Chiesa e Storia. Rivista dell'Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, 8 (2018), pp. 129-166.
Palumbo, Lorenzo, «Il prezzo delle derrate agricole sulla piazza di Molfetta dal 1806 al 1861», in Archivio Storico Pugliese, XXI (1968), pp. 242-269.
Salvemini, Antonio, Saggio storico della città di Molfetta, 2 voll., Napoli, De Roberti, 1878, vol. I, pp. 170-172.
Tridente, Cosmo, «La Domenica delle Palme», in Luce e Vita, n. 12, 22 marzo 2015, p. 6.
Istituto della Enciclopedia Italiana, s.v. «Molfetta», Enciclopedia Italiana, Roma.
A Molfetta questa realtà affonda le sue radici nel 1399, quando re Ladislao d'Angiò-Durazzo concesse alla città il privilegio di tenere annualmente la Fiera nel periodo di settembre. Non possiamo sostenere che già in quell'anno il cerimoniale avesse esattamente la forma descritta dalle fonti di età successiva, perché le istituzioni cambiano nel tempo. Possiamo però affermare che la Fiera sviluppò molto presto magistrature specifiche, tanto che già nel Quattrocento compaiono nei documenti i Maestri di Fiera, indicati con la formula latina magistri nundinarum.
Nel 1459 è attestato Giliolus Iohannis Splenosi; nel 1480 compaiono Thomas Antonii de Nesta e Angelus Goffridi Paxari. Questo dato è importante perché permette di capire che i Maestri di Fiera non erano figure cerimoniali inventate in un secondo momento. Erano veri magistrati inseriti nella vita pubblica della città e incaricati di svolgere funzioni connesse alla Fiera. La tradizione successiva descrive due Maestri, uno appartenente al ceto nobiliare e uno a quello popolare. La scelta di due rappresentanti provenienti da gruppi sociali differenti non era priva di significato: la Fiera coinvolgeva l'intera comunità cittadina e richiedeva un'autorità riconoscibile e condivisa. Durante quei giorni i Maestri diventavano il punto di riferimento dell'amministrazione fieristica.
Ed è proprio qui che entrava in gioco il corteo.
Il corteo non nasceva per intrattenere la popolazione. Era il mezzo attraverso il quale l'insediamento dei Maestri e l'apertura della Fiera venivano resi pubblici. In una società nella quale non esistevano mezzi di comunicazione immediati, l'autorità aveva bisogno di mostrarsi e di parlare direttamente nelle strade. Il passaggio degli ufficiali, dei valletti e dei magistrati rendeva visibile ciò che stava avvenendo: la città stava entrando nei giorni della Fiera e le funzioni straordinarie collegate a essa venivano ufficialmente attivate.
La descrizione più dettagliata del cerimoniale è conservata nel Saggio storico della città di Molfetta di Antonio Salvemini, pubblicato nel 1878. Salvemini racconta un rito ormai consolidato e per questo bisogna evitare di trasferire automaticamente ogni particolare a fine Trecento. La sua testimonianza, tuttavia, permette di ricostruire con chiarezza la logica e i protagonisti della cerimonia. Uno di questi era il Capitano della Fiera. Salvemini lo descrive come un giovane vestito con particolare cura e con una piccola spada al fianco. Non era però un cavaliere nel senso militare del termine. La sua funzione era legata al cerimoniale della Fiera e soprattutto alla proclamazione pubblica della sua apertura.
Accanto a lui comparivano i valletti dell'Università, il cancelliere e gli ufficiali cittadini. Il termine "Università" può trarre in inganno il lettore moderno: nell'Italia meridionale di antico regime indicava la comunità municipale, cioè quello che oggi chiameremmo Comune. I valletti erano quindi personale dell'amministrazione cittadina e la loro presenza nel corteo sottolineava il carattere pubblico dell'evento. Il centro fisico del cerimoniale erano i Quattro Cantoni. Per individuarli bisogna guardare all'attuale Corso Dante, che un tempo era conosciuto come Strada Borgo, nei pressi della chiesa di Santo Stefano. Qui sorgeva una struttura in muratura, oggi scomparsa, alta poco più di cinque metri. Durante la Fiera quella tribuna diventava la sede pubblica dell'insediamento dei Maestri.
Su questo luogo le fonti conservano un particolare curioso. La tribuna dei Quattro Cantoni era alta, più precisamente, circa 5,28 metri e non veniva utilizzata soltanto durante la Fiera. Su uno dei suoi lati era scolpita l'iscrizione latina Sacris Palmis Dicatum, cioè "dedicato alle sacre palme", perché la stessa struttura serviva nella Domenica delle Palme per la benedizione delle palme, seguita dalla lettura della Passione. Dall'8 al 15 settembre, invece, quello stesso spazio cambiava funzione e diventava il luogo dell'insediamento dei Maestri di Fiera. È una piccola testimonianza di come uno stesso spazio urbano potesse essere utilizzato, nel corso dell'anno, tanto per i riti religiosi quanto per quelli civili della città.
Questo passaggio è fondamentale per capire la natura del corteo. I Maestri non arrivavano ai Quattro Cantoni semplicemente per farsi vedere dalla popolazione. Lì prendevano formalmente possesso della carica e un notaio redigeva l'atto relativo al loro insediamento. La presenza del notaio dimostra che il rito non era soltanto rappresentativo: aveva un contenuto amministrativo preciso. Il corteo conduceva quindi a un vero atto pubblico. Una volta insediati i Maestri, iniziava un secondo momento della cerimonia. Il Capitano della Fiera, accompagnato dal cancelliere e dagli ufficiali, percorreva la città per annunciare l'apertura ufficiale della Fiera e l'inizio delle franchigie previste per quei giorni.
Anche il termine "franchigie" va spiegato. Le fiere antiche erano spesso accompagnate da agevolazioni, esenzioni o regole particolari concesse per favorire il commercio e attirare mercanti. Annunciare l'inizio della Fiera significava quindi comunicare che da quel momento entrava in vigore un regime particolare, valido per il periodo fieristico. Non si trattava semplicemente di dire che le bancarelle erano aperte: veniva proclamato l'inizio di una fase diversa della vita economica cittadina. Il corteo aveva perciò una funzione molto concreta. Serviva prima a insediare l'autorità e poi a comunicare pubblicamente l'apertura della Fiera. In questo senso era parte integrante del funzionamento stesso dell'istituzione.
A tutto questo si aggiungeva un ulteriore elemento, quello religioso. Le fonti ricordano infatti l'offerta della cera e di altri donativi al santuario di Santa Maria dei Martiri. Uno dei Maestri lasciava temporaneamente la sede della Fiera e si recava al santuario, mentre l'altro rimaneva presso il tribunale. Il giorno seguente i ruoli si invertivano. Questo particolare non deve essere letto semplicemente come una devozione privata dei magistrati. L'offerta rappresentava un gesto pubblico della città e mostrava il legame stretto che esisteva tra la Fiera di settembre e il contesto religioso della festa. Allo stesso tempo, il fatto che uno dei due Maestri rimanesse sempre presso la sede fieristica rivela una logica amministrativa precisa: l'autorità non veniva mai lasciata completamente scoperta.
Il corteo, quindi, univa tre elementi diversi ma strettamente collegati. Il primo era istituzionale, perché segnava l'insediamento dei Maestri; il secondo era economico e amministrativo, perché accompagnava l'apertura della Fiera e delle franchigie; il terzo era religioso, perché comprendeva l'omaggio al santuario. È forse questo il patrimonio più interessante da riscoprire. Dietro la Fiera che ancora oggi accompagna settembre esiste una storia civile quasi dimenticata, fatta non di personaggi intercambiabili con quelli di qualsiasi altra città, ma di luoghi, istituzioni e protagonisti specificamente molfettesi.
Per raccontare la storia di Molfetta, in fondo, non occorre inventare un corteo.
Il corteo c'era davvero. E le fonti ci raccontano ancora come la Fiera entrava solennemente nella vita della città.
Bibliografia
Gadaleta, Nicola, «Clero, famiglie e società nel tardo medioevo. Il Capitolo Cattedrale di Molfetta dal 1386 al 1494», in Chiesa e Storia. Rivista dell'Associazione Italiana dei Professori di Storia della Chiesa, 8 (2018), pp. 129-166.
Palumbo, Lorenzo, «Il prezzo delle derrate agricole sulla piazza di Molfetta dal 1806 al 1861», in Archivio Storico Pugliese, XXI (1968), pp. 242-269.
Salvemini, Antonio, Saggio storico della città di Molfetta, 2 voll., Napoli, De Roberti, 1878, vol. I, pp. 170-172.
Tridente, Cosmo, «La Domenica delle Palme», in Luce e Vita, n. 12, 22 marzo 2015, p. 6.
Istituto della Enciclopedia Italiana, s.v. «Molfetta», Enciclopedia Italiana, Roma.



.jpg)


.jpg)



Ricevi aggiornamenti e contenuti da Molfetta