
Cronaca
Rifiuti dati alle fiamme «per liberare gli spazi». Il ferro finiva in un circuito illegale
Due, «distinte», le condotte riscontrate dalla Guardia Costiera nell'inchiesta che a Molfetta vede indagate 29 persone
Molfetta - venerdì 6 novembre 2026
10.00
Erano due, «distinte», le condotte riscontrate dalla Guardia Costiera nell'inchiesta che a Molfetta vede indagate 29 persone. Gli incendi, secondo gli investigatori, servivano a liberare ulteriori spazi per consentire ulteriori scarichi abusivi, mentre il ferro recuperato finiva in un circuito illegale, senza autorizzazioni e controlli.
È il sistema ricostruito nell'operazione "Ignis et Ferrum", scattata ieri mattina, su disposizione della giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani, Lucia Anna Altamura, che ha disposto il sequestro preventivo di un'area, in località Fondo Favale, utilizzata per il deposito e per la movimentazione dei materiali ferrosi e quello finalizzato alla confisca di 29 veicoli (tra autocarri e motoveicoli a tre ruote) impiegati nelle attività. Le accuse sono legate alla gestione illecita dei rifiuti.
Tutto ha avuto inizio dopo la denuncia di Acquedotto Pugliese, «in riferimento a plurimi abbandoni di rifiuti riscontrati» nei pressi di alcuni suoi cantieri, e ha poi portato alla luce una serie di discariche. «Un sistema organizzato e sistematico di abbandono di rifiuti» nell'agro, secondo il lavoro degli inquirenti coordinati dal pubblico ministero della Procura della Repubblica di Trani, Marco Gambardella. Un sistema assai dannoso per l'ambiente, ma soprattutto per i roghi incontrollati.
E se alcuni indagati, tra i quali «Pasquale Allegretta, di 37 anni, Giovanni Monopoli e Domenico Marzocca, di 25 anni, e Pantaleo Sciancalepore, di 26 anni - erano soliti recarsi per lasciarvi i rifiuti, altri - Carmine e Stefano Cormio, di 30 e di 25 anni, Salvatore Mezzina, di 65 anni, e Giovanni Panunzio, di 27 anni - erano soliti usare l'area» come un «luogo di ricerca e di cernita di rifiuti ferrosi». Sono assistiti dagli avvocati Giuseppe Germinario, Maurizio Altomare e Michele Salvemini.
Al centro di quest'attività è stata infatti scovata una autorimessa, in località Fondo Favale, poi finita sotto sequestro, usata per ricevere e accumulare il materiale ferroso, alimentando, di fatto, «il mercato illegale del ferro». Qui arrivavano i carichi trasportati da diversi soggetti, spesso a bordo di automezzi non autorizzati al trasporto dei rifiuti. In molti casi mancavano anche i documenti necessari a stabilire da dove provenissero i materiali e quale fosse la loro effettiva destinazione.
È stata disposta un'attività di sorveglianza in località Torre Calderina, dove è stata riscontrata la presenza di rifiuti. «Si trattava, peraltro, di una zona sottoposta a vincolo paesaggistico», nella quale «i responsabili delle condotte illecite di abbandono e combustione di rifiuti erano sempre i medesimi soggetti già individuati».
È il sistema ricostruito nell'operazione "Ignis et Ferrum", scattata ieri mattina, su disposizione della giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Trani, Lucia Anna Altamura, che ha disposto il sequestro preventivo di un'area, in località Fondo Favale, utilizzata per il deposito e per la movimentazione dei materiali ferrosi e quello finalizzato alla confisca di 29 veicoli (tra autocarri e motoveicoli a tre ruote) impiegati nelle attività. Le accuse sono legate alla gestione illecita dei rifiuti.
Tutto ha avuto inizio dopo la denuncia di Acquedotto Pugliese, «in riferimento a plurimi abbandoni di rifiuti riscontrati» nei pressi di alcuni suoi cantieri, e ha poi portato alla luce una serie di discariche. «Un sistema organizzato e sistematico di abbandono di rifiuti» nell'agro, secondo il lavoro degli inquirenti coordinati dal pubblico ministero della Procura della Repubblica di Trani, Marco Gambardella. Un sistema assai dannoso per l'ambiente, ma soprattutto per i roghi incontrollati.
E se alcuni indagati, tra i quali «Pasquale Allegretta, di 37 anni, Giovanni Monopoli e Domenico Marzocca, di 25 anni, e Pantaleo Sciancalepore, di 26 anni - erano soliti recarsi per lasciarvi i rifiuti, altri - Carmine e Stefano Cormio, di 30 e di 25 anni, Salvatore Mezzina, di 65 anni, e Giovanni Panunzio, di 27 anni - erano soliti usare l'area» come un «luogo di ricerca e di cernita di rifiuti ferrosi». Sono assistiti dagli avvocati Giuseppe Germinario, Maurizio Altomare e Michele Salvemini.
Al centro di quest'attività è stata infatti scovata una autorimessa, in località Fondo Favale, poi finita sotto sequestro, usata per ricevere e accumulare il materiale ferroso, alimentando, di fatto, «il mercato illegale del ferro». Qui arrivavano i carichi trasportati da diversi soggetti, spesso a bordo di automezzi non autorizzati al trasporto dei rifiuti. In molti casi mancavano anche i documenti necessari a stabilire da dove provenissero i materiali e quale fosse la loro effettiva destinazione.
È stata disposta un'attività di sorveglianza in località Torre Calderina, dove è stata riscontrata la presenza di rifiuti. «Si trattava, peraltro, di una zona sottoposta a vincolo paesaggistico», nella quale «i responsabili delle condotte illecite di abbandono e combustione di rifiuti erano sempre i medesimi soggetti già individuati».




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