Ignazio de Marco
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Vita di città

Molfetta ricorda Ignazio de Marco: «Era una colonna portante di Cesare Battisti»

La lettera aperta di una concittadina a un mese dalla sua scomparsa

È passato un mese dalla scomparsa di Ignazio De Marco, conosciuto da tutti come "maestro Ignazio" per la sua carriera che lo ha portato a essere un insegnante fuori dagli schemi, punto di riferimento per i suoi studenti e per tanti colleghi.

Riceviamo e pubblichiamo una lettera aperta di una concittadina, Vincenza Amato, che lo ricorda con parole affettuose.

«La prima volta che ho visto Ignazio eravamo a scuola, a Cesare Battisti, eravamo seduti. Era il settembre del 2008, la madre era appena venuta a mancare. Era distante ed assorto. Non parlava e sembrava non voler essere lì. Ero appena arrivata nella mia nuova scuola che tra poco dovrò lasciare.

Pur lavorando nella stessa classe, mantenni le distanze per molto tempo, un tempo che mi disse dopo, gli sembrò ingiustificato. Io, tuttavia, mi sentivo giovane ed inesperta. Lui allora mi scrutava, toccandosi la barba con quel suo gesto tipico mentre io vedevo quegli occhi che poi avrei amato, quegli occhi lucenti ed espressivi.

Lui era un problem solver, voleva risolverli i problemi, pensava a come rendere più schietto il rapporto tra colleghi ma io ero uno scoglio, a causa della mia ritrosia mista a paura. Ignazio era capace di trovare una soluzione a tutto e per questo tante persone si rivolgevano a lui, era letteralmente sommerso dalle persone, dovunque andasse, era sempre amabile scherzava con tutti.

Il suo sorriso, la sua voglia di ironizzare sulle vicende della vita era ciò che lo contraddistingueva di più, era un gran burlone. Mi diceva, ridendo, che le migliori idee per risolvere i problemi gli venivano mentre lavava i piatti.

Sembrava che ignorasse dolori e disgrazie che la vita gli aveva riservato. Era forte, affabile, pronto a reagire. Era autorevole, tenace, con il sorriso sempre sulle labbra ma meglio stargli alla larga quando era furioso. Si ammutoliva, si metteva in disparte. Era nero nell'umore, spaventoso e impenetrabile.

A scuola, a volte, non era in grado di rientrare in classe e quando ciò accadeva sentivamo la sua mancanza. Era trattenuto spesso dal Dirigente e da altri colleghi, nelle decisioni importanti il suo parere era tenuto in grande considerazione
Ci sentivamo fortunate noi colleghe, rispetto alle altre, per il fatto che lui insegnasse con noi. Eravamo importanti per lui.

Non credo di aver mai conosciuto una persona più amabile di Ignazio, lui era adorabile e sapeva far sentire gli altri amati, era pieno di modi e di attenzioni seppur, alcune volte, le sue reazioni tradivano una forza distruttiva. Capitava di vederlo infuriato nei corridoi di Cesare Battisti, lui che camminava sfiorando il muro, di tanto in tanto. Era insofferente verso la disonestà, verso chi voleva prenderlo in giro. Si imbestialiva, lo sentivi gridare da lontano.

Lui era di un livello troppo alto per l'ambiente in cui si trovava e questa, però, è stata una fortuna per me perché lui è potuto essere il mio mentore, la persona che ha plasmato il mio carattere.

Oggi, mentre faccio lezione, penso di assomigliare a lui nel non considerare gli alunni come dei vasi da riempire, nella mia attenzione all'attualità che era la sua, nel mio spaziare, nelle idee che si associano l'una all'altra. Da lui ho preso l'insofferenza verso le ingiustizie, la capacità di protestare senza paura, il disprezzo verso l'amoralità. Non mi è sembrato ma è come se mi fossi assuefatta e avendolo sempre davanti, ho condiviso ed assunto i suoi modi di fare e questa, per me, è la più grande eredità, un dono senza valore.

Lui è stato la colonna portante di Cesare Battisti e tante cose, non sarebbero andate come sono andate se ci fosse stato lui, era impavido, mai sazio di giustizia.

Aveva dei gesti tipici, che ne denotavano l'umore ma anche qualche volte il fastidio che aveva per dei capelli bianchi troppo lunghi. Si accarezzava i capelli, lentamente e per portarli su, insieme ad un veloce reclinarsi del capo o quando, all'improvviso, non lo riconoscevi più, arrivava a scuola e si era tagliato insieme la barba e i capelli.

Sembrava che non fosse più lui e anche i bambini erano sotto shock, forse anche lui era imbarazzato perché barba lunga e capelli lunghi caratterizzavano il suo aspetto ma anche la sua identità. E poi la sua pancia, tonda e accogliente, generazioni di bambini hanno poggiato delicatamente il loro capo tra le sue braccia e su di essa, si raggruppavano attorno a lui e si poggiavano tutti su di lui, in uno stato di beatitudine tra scherzi continui.

Le sue lezioni non erano mai noiose e valorizzavano gli interventi degli dei bambini, assistervi era un piacere. Lui non usava quaderni e questa cosa lo preoccupava di fronte ai genitori; come diceva lui, ci vedeva poco, dunque sarebbe stato difficile correggere gli errori.
Ciò che lui diceva di saper fare, lo avrei scoperto molto più tardi, andava rapportato a quanto lui riuscisse a vedere.

Era perfettamente abile in tutto ciò che faceva, faceva anche la parmigiana e non ha mai accettato di essere considerato diverso, odiava darlo a vedere o che le persone lo scoprissero, temeva che gli altri potessero approfittare di questa sua debolezza, per primi i bambini durante le lezioni. Mi piace pensare che ora si sia riunito con Angelica. Mi piace pensare ad un loro ricongiungimento».
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