Giovanni Assi
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Manovra 2026, Giovanni Assi: «Buoni indirizzi, ma un intervento sul lavoro ancora troppo timoroso per sostenere la crescita»

La nota integrale del responsabile CONFAPI Puglia per Lavoro e Welfare

«La Legge di Bilancio 2026 si colloca in un contesto economico complesso, caratterizzato da una crescita debole, da un aumento strutturale dei costi e da un mercato del lavoro che richiede interventi non più rinviabili sul fronte della competitività. Nell'attesa di leggere ed approfondire ulteriormente il testo nella sua interezza, come licenziato poche ore fa dalla Camera, possiamo senza dubbio affermare che la manovra sceglie una linea chiara: misure selettive, attenzione ai redditi da lavoro dipendente e controllo della spesa pubblica. Una strategia coerente sul piano contabile, ma che solleva interrogativi sulla sua reale capacità di sostenere lo sviluppo in una fase di rallentamento prolungato dell'economia italiana», dichiara Giovanni Assi, responsabile CONFAPI, Puglia per Lavoro e Welfare, consulente del lavoro, massimo esponente in relazioni industriali, già rappresentante di diverse associazioni datoriali.

«Sul fronte della gestione del pregresso fiscale, la rottamazione quinquies delle cartelle esattoriali, che consente la definizione agevolata dei debiti affidati alla riscossione dal 1° gennaio 2000 al 31 dicembre 2023, rappresenta una misura utile e concreta. Pur non essendo strutturale, offre a imprese e contribuenti la possibilità di regolarizzare posizioni pendenti che spesso ostacolano l'accesso al credito e la pianificazione degli investimenti, contribuendo allo smaltimento di un arretrato che continua a gravare sul sistema economico. In materia pensionistica, la manovra conferma invece un orientamento marcatamente restrittivo. La mancata proroga di Quota 103 e Opzione Donna, insieme all'aumento complessivo di tre mesi dei requisiti pensionistici, spalmato tra il 2027 e il 2028 in funzione dell'adeguamento alla speranza di vita, rafforza il controllo della spesa previdenziale ma riduce ulteriormente gli spazi di flessibilità in uscita dal mercato del lavoro. È una scelta comprensibile sul piano finanziario, che tuttavia accentua il peso dell'aggiustamento sulle generazioni attive».

«L'intervento di spesa più rilevante resta concentrato sul lavoro dipendente. Il taglio dell'IRPEF per i redditi fino a 50.000 euro, con la riduzione della seconda aliquota dal 35% al 33%, produce un beneficio immediato sul reddito disponibile. A questo si affiancano misure che valorizzano la contrattazione collettiva e aziendale: la tassazione agevolata al 5% sugli incrementi retributivi derivanti dai rinnovi contrattuali sottoscritti tra il 2024 e il 2026, per i redditi fino a 33.000 euro, e la riduzione all'1% dell'imposta sostitutiva sui premi di risultato e sulle forme di partecipazione agli utili d'impresa, fino a 5.000 euro annui. Anche l'innalzamento della soglia di esenzione dei buoni pasto da 8 a 10 euro si inserisce in questa logica di rafforzamento del welfare aziendale».

«Sono misure che contengono spunti condivisibili e che riconoscono il valore del lavoro organizzato, della produttività e della partecipazione. Proprio per questo, tuttavia, emerge con maggiore evidenza il loro limite principale. La Manovra 2026 individua correttamente nel lavoro uno dei perni dell'intervento pubblico, ma si ferma a un livello di prudenza che appare non adeguato alla profondità delle criticità del sistema produttivo. In un Paese che da oltre un decennio cresce a ritmi inferiori rispetto ai principali partner europei, intervenire quasi esclusivamente sul netto in busta paga (per altro in alcune fasce di reddito in misura molto esigua), senza incidere in modo significativo sul costo del lavoro a carico delle imprese, rischia di produrre effetti limitati e temporanei. La prudenza sul fronte del cuneo contributivo, pur comprensibile alla luce dei vincoli di finanza pubblica, assume i contorni di una scelta rinunciataria: il lavoro non può essere sostenuto soltanto redistribuendo risorse, se il perimetro dei costi continua a comprimere la capacità delle imprese di assumere, investire e crescere».

«In un contesto di crescita lenta, sarebbe stato necessario un intervento più deciso, capace di accompagnare l'aumento dei salari con una riduzione strutturale degli oneri contributivi, anziché demandare quasi esclusivamente alla leva fiscale il sostegno al reddito. In questo senso, la manovra sembra arrestarsi un passo prima di una vera politica di sviluppo del lavoro, scegliendo la cautela quando il contesto avrebbe richiesto maggiore coraggio».

«Sul versante delle imprese, non mancano comunque elementi positivi. Il rifinanziamento dei "Contratti di sviluppo" e della "Nuova Sabatini", lo sblocco delle richieste di credito d'imposta Transizione 4.0, rimaste escluse nel 2025, e il ritorno dell'iperammortamento, seppur con criteri più selettivi e riservato ai beni "Made in UE", rappresentano segnali di attenzione verso gli investimenti e l'innovazione. Le maggiorazioni fino al 180% possono costituire un incentivo significativo per le imprese che pianificano nel medio-lungo periodo processi di ammodernamento tecnologico».

«Accogliamo con favore il prolungamento del credito d'imposta ZES Unica fino al 2028, accompagnato dal riconoscimento di un'ulteriore quota per i soggetti che hanno presentato la comunicazione integrativa nel periodo compreso tra il 18 novembre e il 2 dicembre 2025. In un Paese segnato da forti divari territoriali, questa misura può rappresentare una leva importante per attrarre investimenti e sostenere l'occupazione.
Nel complesso, la Manovra 2026 appare coerente nelle sue scelte e contiene misure utili sia per i lavoratori sia per le imprese. Tuttavia, nel quadro di una crescita economica strutturalmente debole, l'intervento sul lavoro risulta ancora troppo timido per imprimere una svolta reale alla competitività del sistema produttivo. La sfida dei prossimi anni non sarà solo sostenere il reddito, ma rendere sostenibile l'occupazione nel tempo. Senza un riequilibrio più deciso tra tutela dei lavoratori e costo del lavoro per le imprese, il rischio è che anche questa manovra, pur ben costruita, non riesca a trasformare la prudenza in sviluppo», così conclude.
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