Giornalisti Tg1
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Il TG1 riporta a galla la questione dell’iprite nelle acque di Molfetta

In un episodio del podcast "Mostarda” le storie dei pescatori molfettesi intossicati dal veleno bellico

Ci sono storie che la memoria collettiva inabissa e dimentica, come se non fossero mai esistite.

Forse perché incomprensibili nella loro tragicità, forse perché troppo dolorose, o forse perché a esse sono collegati segreti e misteri che, qualora fossero rivelati, provocherebbero ancora più danni di quanto sia già avvenuto. Una di queste storie, per i baresi e i pugliesi tutti, è quella del bombardamento del porto di Bari, avvenuta il 2 dicembre 1943 a opera dell'aviazione tedesca e che causò la morte di più di 1000 militari e di altrettanti civili: un evento così drammatico e tragico da essersi guadagnato il funereo titolo di "Pearl Harbour italiana".

Ma quest'episodio non si concluse lì, nello scoppio delle bombe e nell'affondamento delle corazzate; il bombardamento del porto di Bari servì a rivelare la storia di una guerra sotterranea che tedeschi e americani non avrebbero mai voluto combattere, ma che comunque preparavano nell'eventualità che il nemico, per primo, infrangesse quel tabù: quello della guerra chimica. Tra le navi affondate, infatti, vi era anche la SS John Harvey con il suo carico mortifero di ordigni chimici, quelli all'iprite, gas dall'odore nauseabondo di mostarda che, nei giorni immediatamente successivi al bombardamento, intossicò e uccise centinaia di persone a Bari.

Un miasma che a Molfetta conosciamo bene, e che è ancora lo spauracchio di pescatori e natanti, un anatema che gli anni provvedono a diluire nella memoria, ma che resta celato e insolubile nelle profondità marine: è spettato stavolta a un podcast del TG1, disponibile su Raiplay Sound, riportare alla coscienza nazionale questo grave fatto storico e le conseguenze che ancora patisce una città come Molfetta. Parliamo del podcast ribattezzato appunto "Mostarda", pubblicato in occasione dell'anniversario del bombardamento del porto di Bari, e che nel suo quarto e ultimo episodio porta a Molfetta i giornalisti Perla di Poppa e Alessio Zucchini a raccogliere le testimonianze dei pescatori sull'iprite, quel veleno dimenticato da tutti, tranne da chi per lavoro doveva averci a che fare ogni giorno.

Ed è dalla voce di due pescatori molfettesi, Agostino Altomare e Sabino de Nichilo, che questa storia riemerge di nuovo dai fondali del mare per essere ascoltata a livello nazionale. "L'iprite è la morte della persona", la voce di Altomare è stentorea, decisa, venata di quella rassegnazione orgogliosa che hanno tutti i lupi di mare, specie quando descrivono quel veleno sottomarino come uno dei rischi del mestiere del capitano, come se fosse qualcosa che il mare ha dato e con cui bisogna fare i conti. Il pescatore ottantaquattrenne racconta quindi di una vita a contatto con l'iprite, delle centinaia di pescatori intossicati per cui non è mai arrivato risarcimento, di due morti a causa di esso, delle reti buttate in acqua con tutte le bombe quando capitava di pescarle per caso, degli ordigni che così si sparpagliano ovunque sul fondo del mare e dell'accortezza dei pescatori di segnalarne la presenza su alcune mappe, in modo da evitare quelle zone.

Anche Sabino de Nichilo ha una serie di ricordi collegati all'iprite come tutti i pescatori: "Una volta, un mio amico armatore si sedette su una rete con cui avevamo accidentalmente preso una bomba all'iprite. Anche se la rete era ormai asciutta, l'uomo si ustionò gravemente e fummo costretti a scendere a terra per prestargli soccorso".

A contribuire alla diffusione di queste bombe nel mare molfettese e pugliese, a detta dei pescatori, sono state anche le pratiche scorrette di sversamento alla fine della guerra.
Era necessario far sparire velocemente questi ordigni, la prova concreta che durante il conflitto entrambe le fazioni avevano posseduto armamenti illegali: venivano quindi affittati dei bastimenti per l'eliminazione in mare degli stessi, affare su cui si poteva lucrare molto, ma Altomare e de Nichilo raccontano che negli anni '60 questi velieri, per risparmiare carburante, non rispettavano le norme previste e scaricavano gli ordigni nelle zone di pesca, molto prima dei 20000 m e degli 800 m di profondità.

Le conseguenze dell'iprite sono sempre state sotto gli occhi di tutta la marineria, e i pescatori molfettesi raccontano ancora ai due giornalisti del pesce pescato nelle zone dove c'è l'iprite: "Si tratta di pesce guasto, non buono. Lo ributtavamo in mare perché avrebbe contaminato quello sano. Merluzzi, pescatrici, zanghette erano pieni di macchie gialle e vesciche perché si nutrivano dell'erba cresciuta sui cassoni che contenevano l'iprite".

Dopo tanti anni, dopo che siamo arrivati all'ottantesimo anniversario del bombardamento del porto di Bari, qual è la situazione del mare pugliese e di quello di Molfetta in particolare?
Nel podcast "Mostarda", i giornalisti di Poppa e Zucchini intervistano anche Luigi Alcaro dell'ISPRA che parla dell'ultimo monitoraggio fatto nelle acque di Molfetta risalente al 2004, quasi vent'anni fa ormai.

"I pesci pescati nell'area di Molfetta e nelle zone dove esiste l'iprite presentano spesso vesciche, danni epatici e conseguenti alterazioni del DNA" spiega Alcaro "Paradossalmente se il danno è evidente, la molecola dell'iprite si è deteriorata e così esso finisce per non entrare nella catena alimentare. Diverso è dove la molecola non è visibile e non ha causato un danno all'organismo acquatico; potenzialmente allora il contatto con un essere umano può ancora essere pericoloso. L'iprite del resto è poco solubile in acqua e alla temperatura dell'acqua di mare, circa 14° C, resta allo stato di solido. È rimasta sostanzialmente intatta dagli anni '40".
Di fronte a questo scenario, è inevitabile tirar fuori la parola "bonifica", ma Luigi Alcaro non appare ottimista a riguardo: "L'unica cosa che potrebbe servire a qualcosa è sotterrare quei fusti ormai deteriorati sul fondo del mare. Ma parliamo di un'area vasta e diffusa e lavorare a 300 m di profondità, con le tecnologie attuali, è come lavorare sul suolo della Luna, nello spazio".
L'iprite resta quindi un mostro marino dimenticato, sotterrato, inabissato come le bestie mitologiche: qualcosa di cui avere sempre timore, da nominare sottovoce, dentro la frustrazione di sapere che ciò che rende Molfetta quella che è, il suo mare, nasconde anche una tossina che non ha mai smesso di avvelenarla a poco a poco.
E che, resistendo inossidabile dal secolo scorso, non ha ancora un vero e proprio rimedio.
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