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Molfetta e la Santa Allegrezza: la storia tra la città e il popolare canto natalizio

La prima testimonianza risale alla fine dell'800

«Era già sera. Le grida assordanti de' venditori echeggiavano dalle vie fangose da' crocicchi, dai vicoli più oscuri; sui pianerottoli delle scale si cantava la Sanata Allegrezza e la ninna-nanna; nella piazza si vendevano ancora i bambini di cera, e i pescivendoli gridavano, sbraitavano a farsi cascar l'ugola, per vendere le alaguste, i capitoni vivi e le anguille che guizzavano de' mastelli, i pesci e i frutti di mare sulle tavole di pietra, tutte quelle leccornie che, in questo giorno di baldoria, di regali e di auguri più o meno sinceri, non mancano nella mensa del ricco».

Così lo scrittore Pasquale Samarelli in "Stella d'amore", edito da Zanichelli nel 1885, rievocava la vigilia di Natale, dando la prima testimonianza sul canto popolare decembrino e su una nenia natalizia della tradizione molfettese.

Dieci anni dopo Mauro Altomare, nella "Rivista delle tradizioni popolari italiane", forniva il primo quadro dettagliato della Santa Allegrezza in un articolo intitolato "Il Natale a Molfetta":«è antico, qui, l'annuo uso di cantare, nelle ultime nove sere che precedono il giorno solenne di Natale, come dicesi in dialetto la "Santa Allegrezza", specie d'inno biblico su Gesù bambino. Quest'uso consiste nel recarsi, dopo il tramontar del sole, alle porte dei cittadini, a cantare l'inno suddetto.
Dapprima l'uso tradizionale vigeva solo presso i becchini; ora, essi vanno con altri cittadini. I becchini, prima che giunga la prima sera della novena, vanno, nel giorno, per le vie del paese gridando "Chi è devota della Madonna, femmine?". A questo appello, ogni donnicciuola, come ogni buon popolano, chiama il becchino, il quale dietro compenso di quattro soldi per tutte le nove sere, tinge col rosso di sinopia sullo stipite o sul sommo della porta di chi lo chiama un "S", segno dell'"abbonamento" del divoto.

Giunta quella sera, ognuno dei becchini va in giro presso "gli abbonati", e con voce lugubre, sì che non sembri voglia solennizzare il tanto giulivo avvenimento, canticchia dietro la porta, la "Santa Allegrizza". E così di seguito per tutte le sere. Alcun tempo dopo, sorsero allo stesso scopo delle compagnie di circa sei individui. Di questi, due o tre sono forniti di chitarra o di mandolino, gli altri fanno ufficio di cantantori. Si mettono in corona e, con voce alta, cantano e suonano, all'unisono; i curiosi stanno intorno a loro. Coteste compagnie sono per lo più composte da contadini, ma talora anche più numerose».

Questa preziosa documentazione, ci porta ancora più vicino di quanto non sia stato fatto, all'origine di una tradizione ormai rimasta esclusiva e tipica della nostra Molfetta, benché in passato abbia avuto una discreta diffusione perfino nell'Italia settentrionale. A Capovalle (Brescia), oltre che nella provincia di Bari e in particolare a Barletta.

Fonti:

"Maurizio Campo, La Santa Allegrezza. Canti natalizi molfettesi "di Marco I. de Santis in "Studi Molfettesi" v. 2.
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