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Trent'anni dalla tragedia Moby Prince, Emanuele Abbattista: «Molfetta non dimentichi»

L'intervista al figlio del motorista che racconta lo stato dell’arte di questa tragedia

Giovanni Abbattista (45anni) e Natale Amato (53 anni), Giuseppe de Gennaro (29 anni) e Nicola Salvemini (36 anni) sono i quattro marittimi molfettesi che morirono nella tragedia della Moby Price, avvenuta il 10 Aprile 1991 a largo del porto di Livorno per la collisione con la petroliera Agip Abruzzo.

Le vittime di quella disgrazia furono 140.

Un anno fa in piena pandemia i familiari delle vittime per ricordare i loro cari in tutta Italia, e anche a Molfetta, misero un drappo rosso ai balconi, allora sentimmo Emanuele Abbattista, figlio di Giovanni che ci fece il punto della situazione. Ad un anno di distanza e alla vigilia del trentesimo anniversario della tragedia lo abbiamo raggiunto per capire cosa è cambiato ad un anno di distanza.

«Penso - ci dice Emanuele - che i cambiamenti intervenuti si sviluppino su due piani che si incrociano tra loro, uno generale ed uno personale. Dal punto di vista generale si moltiplicano i segnali di solidarietà nei nostri confronti. Molti restano increduli davanti al racconto di ciò che avvenne, soprattutto quando gli racconti che per ventisette anni i giudici hanno accettato come "tragica fatalità" il fatto che un traghetto sia andato a scontrarsi contro una petroliera grande quanto tre campi da calcio.
Tutto questo è il frutto dall'azione caparbia dei familiari delle vittime e della comunità di amici e di persone perbene che ci aiutano nel difficile percorso di ricerca di verità e giustizia per le vittime del Moby Prince.
Da un punto di vista personale è cresciuta ancor di più la rabbia per quella che è stata la sorte di coloro che si trovavano a bordo del traghetto, abbandonate a loro stesse tra atroci sofferenze. Mio padre, è stato accertato, fu tra quelli che sopravvisse più a lungo a seguito della collisione e che, quindi, avrebbe potuto avere più possibilità di essere salvato da qualcuno che, quella notte preferì, per oscure contingenze, abdicare al suo dovere».

Alla luce delle nuove documentazioni e sentenze come intendono agire i familiari delle vittime?
«Sulla base delle conclusioni della Relazione parlamentare d'inchiesta del 2018, redatta da un'apposita Commissione del Senato, i familiari hanno citato lo Stato per le inadempienze e i mancati soccorsi delle autorità preposte alla salvaguardia della vita in mare.
Il 2 novembre scorso il tribunale di Firenze ha rigettato le istanze poste dai familiari bollando la relazione parlamentare come "atto politico" e sottolineando che la richieste fatte nulla potevano di fronte alla prescrizione di tutti i reati accertati.
I familiari delle vittime hanno risposto a quest'ennesima beffa con ancor maggior impegno, in direzione ostinata e contraria. Da allora stiamo promuovendo a tutti i livelli azioni volte a far conoscere la montagna di menzogne che hanno circondato la vicenda anche per superare la favoletta, costruita ad arte, che legava l'incidente alla nebbia o alla partita.
Tra le varie iniziative riveste particolare importanza l'azione volta all'istituzione di una nuova commissione parlamentare d'inchiesta, al fine di dare continuità e riscontro a tutte quelle domande ancora oggi prive di una risposta».

Quella della Moby Prince è una tragedia che ha toccato non solo Livorno ma l'intero stivale, Molfetta con 4 vittime, come si stanno muovendo le autorità per portare all'attenzione del Governo e soprattutto per dare risposte ai familiari delle vittime che continuano a chiedere solo e semplicemente giustizia?
«A livello parlamentare tutti i gruppi politici hanno dato vita ad iniziative volte all'istituzione di una nuova Commissione d'inchiesta sulla strage del Moby Prince. Anche la Regione Toscana ha approvato una mozione in questo senso. A livello comunale si sono già espressi in tal senso il Comune di Livorno e il Comune di Ercolano ed altri ancora si stanno muovendo in questa direzione.
Ma tutto questo, a quanto pare, non basta. C'è bisogno di coinvolgere tutti i possibili livelli istituzionali e far conoscere la verità sui fatti. Bisogna dar vita ad una massa critica in grado di travolgere quegli interessi omertosi e vili che ostacolano ancora oggi la ricerca della verità.
Dopo aver conosciuto le conclusioni della relazione parlamentare d'inchiesta, tutti i rappresentanti di tutte le forze politiche interpellate si sono impegnati in prima persona per far chiarezza in merito al più grave incidente della marineria civile italiana in tempo di pace, mostrando una fattiva solidarietà alla comunità riunitasi attorno alle famiglie delle vittime».

Il prossimo 10 marzo anche a Molfetta fra i punti all'ordine del giorno del consiglio comunale c'è un punto inerente proprio questa tragedia, cosa si aspetta dalle decisioni che verranno prese in seno alla massima assise? E che eco potranno avere a livello nazionale?
«Molfetta, perdendo quattro suoi marittimi, è stata l'unica città pugliese ad essere travolta da questa strage.
La sensibilità dimostrata in passato e, spero, anche in quest'occasione io non penso sia solo espressione di un atto dovuto nei confronti delle famiglie delle vittime. Io considero questa presa di posizione come un segno di riconoscenza nei confronti di tutti i marinai molfettesi. E' un messaggio che vuol dire "affinché tutto ciò non si ripeta mai più".
Per questo spero che le istituzioni cittadine e regionali, così come in passato, si ritrovino al nostro fianco nel lungo e tortuoso percorso intrapreso per la ricerca della verità. In questa prospettiva credo che sia la discussione sugli avvenimenti che l'adozione di un atto formale possa dare un contributo fondamentale nella diffusione di una nuova narrazione sui fatti, a tutti i livelli, sia cittadino, sia regionale che nazionale. Non dimentichiamoci che ci troviamo a poco meno di un mese dal trentennale della strage. L'adozione di un atto istituzionale acquisirà, comunque lo si voglia considerare, anche un grande valore simbolico. Ancora insieme, dopo trent'anni, per tenere vivo il ricordo della strage e delle sue vittime.
Per non dimenticare, #iosono141».
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