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Mastropasqua apre la campagna a Borgo nel Pulo: partecipazione oltre le aspettative
«Pensavano che me ne fossi andato. E invece sono qui».
Molfetta - lunedì 13 aprile 2026
15.04 Comunicato Stampa
Ieri il Borgo nel Pulo — luogo simbolico a ridosso della dolina carsica a nord della città, uno dei luoghi più evocativi del territorio molfettese — si è riempito oltre ogni previsione. Le balle di fieno che delimitavano la platea erano già prese quando è arrivata la seconda, poi la terza ondata di persone. Chi non trovava posto sulle gradonate di pietra si sedeva ai bordi, si accomodava sui muretti, restava in piedi. In cima, uno sguardo aereo restituiva la figura perfetta di un anfiteatro naturale colmo. Non di comparse: di gente vera, venuta di domenica mattina a sentire cosa ha da dire questo avvocato molfettese di quarantacinque anni che si candida con oltre dieci liste alle spalle e con oltre 300 candidati.
«Pensavano che me ne fossi andato»
Maria Rita Minoia, speaker mattutina di Radio Selene, ha condotto con leggerezza e provocazione. Ha scaldato la platea, ha chiesto un volontario come a scuola, e quando ha acceso il microfono a Mastropasqua, il silenzio era già diverso da quello protocollare. Era il silenzio di chi voleva ascoltare.
Mastropasqua è di quelli che risponde a tutti fino alle due di notte, che ricorda i nomi, che beve il caffè in ogni bar della città.
«Sto bevendo un caffè con un barista di via Paniscotti, e gli domando: Ma tu affideresti mai il tuo bar a Pietro Mastropasqua? No, ovviamente no — lo manderesti in rovina in due giorni. Allora dimmi: possiamo noi affidare la città a chi non ha fatto un solo giorno di consiglio comunale?»
«Il bar non te lo affido — dice il barista — il mio voto si».
Silenzio. Poi applausi. È questo il cuore politico della sua campagna: la competenza non come vanto tecnocratico, ma come rispetto verso i cittadini. Mastropasqua ha iniziato come consigliere comunale nel 2008, ha fatto l'assessore all'Urbanistica e alla Sicurezza, conosce il tempo che passa tra un'idea e una delibera. Non lo dice per vantarsi. Lo dice perché governare una città non è un'avventura per principianti.
A questa vocazione alla concretezza risponde anche con la coalizione che ha costruito: «Abbiamo la giusta articolazione sociale», dice con orgoglio. Imprenditori, docenti, avvocati, impiegati. Non un partito. Una comunità.
Il programma che profuma di salmastro e olio
Poi è venuto il programma. Una sorta di un catalogo di impegni concreti, illustrati con la stessa naturalezza con cui si fa un discorso tra amici al bar.
Il commercio. Un grande evento partecipato, stile Antonio De Caro — un percorso dove ogni commerciante, ogni via, porta il proprio contributo. Via Paniscotti, via Immacolata, corso Fornari, corso Margherita: nomi concreti, arterie reali di una città reale.
La zona SIPIP. «Quella è un'altra Molfetta», ha detto. Migliaia di lavoratori ogni giorno, strade rotte, nessun vigile. La sua proposta: un presidio dei vigili urbani, la cura dell'esistente e — qui si è commosso, visibilmente — un presidio medico con ambulanza. «Perché se un lavoratore si sente male là in mezzo, è solo».
Le spiagge. «Nell'estate 2027 Molfetta avrà finalmente spiagge pubbliche attrezzate». Parcheggi sul versante di Giovinazzo, riqualificazione di Cala San Giacomo — «bellissima, mare pulitissimo, eppure se vai a vedere in che condizioni versa, ti vergogni».
Il porto. «Molfetta è il porto e il porto è Molfetta». Lo ha detto come un dogma, e poi ha attaccato chi a sinistra parla di cambiare la destinazione d'uso: «Se solo si pensa di farlo, il porto rimane chiuso per dieci anni. È finito». Lui lo completerà. Lo inaugurerà.
La vasca di colmata. Tema spinoso — la moderatrice lo aveva anticipato con una fanfara ironica. Mastropasqua non si è sottratto. Ha ricordato che il suo studio è lì, sul lungomare. Ha detto che la città deve decidere, dopo essere stata informata correttamente. «A breve lancerò un'idea», ha annunciato, lasciando aperta una porta senza svelare cosa c'è dietro.
L'acqua agli agricoltori. Il punto su cui la voce si fa più ferma. L'impianto di affinamento delle acque, bloccato da anni, è il tema che i contadini gli portano ogni volta. «Lo sblocchiamo in meno di un anno. È una promessa fatta troppe volte e mai mantenuta». Con il supporto del consigliere regionale Tammacco e la volontà di «rompere le scatole» a tutti gli enti che finora hanno rimandato.
E ha raccontato di suo padre che lo portava ai comizi di Lillino Di Gioia. «Dove andiamo, papà? A sentire il comizio. E andavamo». C'è qualcosa di antico in questa storia. Una vocazione di quartiere, di città, di piazza. Non il politico che si inventa un destino davanti alle telecamere, ma il bambino che ha sempre saputo dove voleva arrivare — e che ci ha messo vent'anni di consiglio comunale, di delibere, di assessorati, di sconfitte e di rialzi prima di essere lì, al Borgo nel Pulo, con una figlia di due anni che usa come sostituto della palestra.
C'erano imprenditori e insegnanti, avvocati e impiegati, madri con bambini e anziani. C'era quella coalizione composita che Mastropasqua descrive con orgoglio — «abbiamo di tutto» — tra la ruggine di un centrodestra stanco e l'ideologia novecentesca di una sinistra che lui chiama «estrema», senza alzare mai la voce.
Il Pulo era pieno. Le balle di fieno tenevano la gente insieme. Sullo sfondo, gli ulivi centenari facevano da testimoni silenziosi — come sempre, come da secoli.
«Pensavano che me ne fossi andato»
Maria Rita Minoia, speaker mattutina di Radio Selene, ha condotto con leggerezza e provocazione. Ha scaldato la platea, ha chiesto un volontario come a scuola, e quando ha acceso il microfono a Mastropasqua, il silenzio era già diverso da quello protocollare. Era il silenzio di chi voleva ascoltare.
Mastropasqua è di quelli che risponde a tutti fino alle due di notte, che ricorda i nomi, che beve il caffè in ogni bar della città.
La metafora del bar
C'è un momento del discorso in cui il tono cambia. Mastropasqua racconta un aneddoto:«Sto bevendo un caffè con un barista di via Paniscotti, e gli domando: Ma tu affideresti mai il tuo bar a Pietro Mastropasqua? No, ovviamente no — lo manderesti in rovina in due giorni. Allora dimmi: possiamo noi affidare la città a chi non ha fatto un solo giorno di consiglio comunale?»
«Il bar non te lo affido — dice il barista — il mio voto si».
Silenzio. Poi applausi. È questo il cuore politico della sua campagna: la competenza non come vanto tecnocratico, ma come rispetto verso i cittadini. Mastropasqua ha iniziato come consigliere comunale nel 2008, ha fatto l'assessore all'Urbanistica e alla Sicurezza, conosce il tempo che passa tra un'idea e una delibera. Non lo dice per vantarsi. Lo dice perché governare una città non è un'avventura per principianti.
A questa vocazione alla concretezza risponde anche con la coalizione che ha costruito: «Abbiamo la giusta articolazione sociale», dice con orgoglio. Imprenditori, docenti, avvocati, impiegati. Non un partito. Una comunità.
Il programma che profuma di salmastro e olio
Poi è venuto il programma. Una sorta di un catalogo di impegni concreti, illustrati con la stessa naturalezza con cui si fa un discorso tra amici al bar.
Il commercio. Un grande evento partecipato, stile Antonio De Caro — un percorso dove ogni commerciante, ogni via, porta il proprio contributo. Via Paniscotti, via Immacolata, corso Fornari, corso Margherita: nomi concreti, arterie reali di una città reale.
La zona SIPIP. «Quella è un'altra Molfetta», ha detto. Migliaia di lavoratori ogni giorno, strade rotte, nessun vigile. La sua proposta: un presidio dei vigili urbani, la cura dell'esistente e — qui si è commosso, visibilmente — un presidio medico con ambulanza. «Perché se un lavoratore si sente male là in mezzo, è solo».
Le spiagge. «Nell'estate 2027 Molfetta avrà finalmente spiagge pubbliche attrezzate». Parcheggi sul versante di Giovinazzo, riqualificazione di Cala San Giacomo — «bellissima, mare pulitissimo, eppure se vai a vedere in che condizioni versa, ti vergogni».
Il porto. «Molfetta è il porto e il porto è Molfetta». Lo ha detto come un dogma, e poi ha attaccato chi a sinistra parla di cambiare la destinazione d'uso: «Se solo si pensa di farlo, il porto rimane chiuso per dieci anni. È finito». Lui lo completerà. Lo inaugurerà.
La vasca di colmata. Tema spinoso — la moderatrice lo aveva anticipato con una fanfara ironica. Mastropasqua non si è sottratto. Ha ricordato che il suo studio è lì, sul lungomare. Ha detto che la città deve decidere, dopo essere stata informata correttamente. «A breve lancerò un'idea», ha annunciato, lasciando aperta una porta senza svelare cosa c'è dietro.
L'acqua agli agricoltori. Il punto su cui la voce si fa più ferma. L'impianto di affinamento delle acque, bloccato da anni, è il tema che i contadini gli portano ogni volta. «Lo sblocchiamo in meno di un anno. È una promessa fatta troppe volte e mai mantenuta». Con il supporto del consigliere regionale Tammacco e la volontà di «rompere le scatole» a tutti gli enti che finora hanno rimandato.
Il bambino che voleva fare il sindaco
Alla fine Maria Rita Minoia gli ha fatto la domanda scomoda: «Quando è scattata questa molla?» Mastropasqua ha sorriso. Ha detto che sua madre è lì tra il pubblico — «non la nomino, si vergogna del microfono, non è come il figlio» — e che lei conserva ancora il tema scolastico in cui lui scriveva, da bambino, che da grande voleva fare il sindaco.E ha raccontato di suo padre che lo portava ai comizi di Lillino Di Gioia. «Dove andiamo, papà? A sentire il comizio. E andavamo». C'è qualcosa di antico in questa storia. Una vocazione di quartiere, di città, di piazza. Non il politico che si inventa un destino davanti alle telecamere, ma il bambino che ha sempre saputo dove voleva arrivare — e che ci ha messo vent'anni di consiglio comunale, di delibere, di assessorati, di sconfitte e di rialzi prima di essere lì, al Borgo nel Pulo, con una figlia di due anni che usa come sostituto della palestra.
C'erano imprenditori e insegnanti, avvocati e impiegati, madri con bambini e anziani. C'era quella coalizione composita che Mastropasqua descrive con orgoglio — «abbiamo di tutto» — tra la ruggine di un centrodestra stanco e l'ideologia novecentesca di una sinistra che lui chiama «estrema», senza alzare mai la voce.
Il Pulo era pieno. Le balle di fieno tenevano la gente insieme. Sullo sfondo, gli ulivi centenari facevano da testimoni silenziosi — come sempre, come da secoli.

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