Giornata Nazionale del Rispetto: il ricordo di Willy Monteiro Duarte del molfettese Fabio Allegretta
Il testo di Allegretta è stato letto alla sede Treccani
A margine dell'evento, il molfettese Fabio Allegretta ha scritto e letto un suo testo dalla grande forza emotiva. Ecco il testo:
Rispetto non è una parola semplice. Già nel pronunciarla ne sentiamo il peso, la densità di ciò che rappresenta: il rispetto verso l'ambiente, verso gli animali, e soprattutto verso l'essere umano. È una parola che chiede attenzione, perché racchiude il modo in cui scegliamo di stare al mondo. Eppure, oggi, il rispetto appare raro e flebile. Basta guardarsi un po' intorno: dalle strade che percorriamo ogni giorno fino alle grandi tensioni internazionali. Sempre più spesso il rispetto viene sostituito dall'indifferenza, dalla violenza verbale, dalla sopraffazione. Siamo qui non solo per ricordare Willy e ciò che ha rappresentato, ma soprattutto per ricordarci cosa significhi davvero rispettare. Il rispetto non è paura dell'altro, né semplice tolleranza. In Nietzsche, il vero rispetto nasce dalla forza interiore: chi è davvero forte non ha bisogno di umiliare, di dominare o di annientare.
Il disprezzo è segno di debolezza, non di potenza. Rispettare significa saper reggere il confronto, riconoscere la differenza senza trasformarla in un nemico. Non è un caso che alla Maturità 2025 la traccia sul rispetto – tratta da un testo di Riccardo Maccioni – sia stata la più scelta in assoluto, da oltre il 40% degli studenti a livello nazionale. Un segnale chiaro: i giovani sentono l'urgenza di questa parola. Eppure, di fronte a un dato così forte, ci si sarebbe aspettati una maggiore attenzione mediatica. Spesso, invece, emergono solo notizie spiacevoli, mentre esempi positivi e significativi come questo restano in ombra. Il rispetto è come una perla: non si trova per caso, si forma. E qui possiamo richiamare il pensiero di Karl Jaspers, che paragona lo spirito creativo proprio alla nascita di una perla. Quando un corpo estraneo, un parassita, entra nel guscio di un'ostrica, questa non può espellerlo; allora reagisce rivestendolo lentamente di una sostanza organica, trasformando ciò che ferisce in qualcosa di prezioso. Allo stesso modo, possiamo pensare l'essere umano come un'ostrica, il mondo e la realtà come ciò che spesso ferisce, provoca, mette alla prova. Il rispetto diventa allora la sostanza con cui l'essere umano si difende senza distruggere, risponde senza violenza, trasforma il conflitto in crescita. Non elimina il dolore o la difficoltà, ma li rielabora in qualcosa di umano e condivisibile.
Questo processo non è spontaneo: nasce dall'educazione, da dove e come cresciamo, in famiglia e a scuola. Il rispetto si impara vedendolo praticato, non imposto. In Hannah Arendt, il rispetto è il fondamento della vita comune. Viviamo insieme perché siamo diversi, e solo riconoscendo questa pluralità possiamo evitare che l'altro diventi un numero, una funzione, o un bersaglio. Quando il rispetto viene meno, subentra l'incapacità di pensare l'altro come persona: è lì che nasce la violenza più pericolosa, quella ordinaria, banale. Il rispetto, allora, non è debolezza né silenzio. È una forza lenta, consapevole, creativa. È ciò che permette all'essere umano di restare umano, anche quando il mondo ferisce. Ed è forse il gesto più urgente e necessario del nostro tempo.