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Vita di città

"Venerdì Santo 1998: quando la vostra tradizione è diventata anche nostra"

Storia di Sara e della sua famiglia: la Settimana Santa molfettese raccontata da una famiglia di origine albanese.

Sara ha quasi 26 anni, lunghi capelli biondi, una parlatina fluida e un ricordo. Nitido. Come quelli che risalgono a quando si è bambini e si ha la percezione, piccoli piccoli, di star vivendo un momento grande grande. Era il Venerdì Santo 1998, uno dei tanti momenti di devozione mista a folklore per tutti i molfettesi. Non per Sara e la sua famiglia.
"Io,una bambina di 8 anni, accompagnata dai miei genitori e mio fratello. Seguivamo in silenzio, in fila con la gente del posto questo fiume di uomini nei loro camici, queste statue bellissime che ci passavo davanti e ci sentivamo parte di una tradizione che sarebbe diventata un po' anche la nostra".

Sara è con la sua famiglia a Molfetta da quasi 18 anni: come tanti, i genitori decidono a metà anni '90 di lasciare Shkoder (Scutari) in Albania e venire in Italia per dare un futuro migliore ai figli. Oggi adulti, cresciuti, perfettamente integrati "tanto da essere scambiati per molfettesi doc" per modi di dire e fare e, inevitabilmente, per un modo tutto particolare di sentire la città. La loro città.

Perchè si sa, questi sono giorni particolari per ogni molfettese: sentiti e vissuti in in modo che solo se si è nati e cresciuti qui si può capire fino in fondo. Allora chissà che pensa chi viene dall'altra parte dell'Adriatico, dove "convivono tre religioni e la fede è molto più personale rispetto all'Italia. Ognuno segue le tradizione e le feste della propria religione senza 'manifestarle' in pubblico. Esistono tradizioni simili sicuramente, ma sempre circoscritte", spiega.

"Personalmente non sono molto praticante, quindi non seguo le tutte le varie processioni pasquali ma se capita che qualche amica o mia madre mi propongano di andare con loro, ci vado volentieri", continua Sara, maturità al Liceo Classico e un percorso diviso tra gli studi in Giurisprudenza e un lavoro.
"Mi colpisce la devozione di tantissime persone. Insomma, nel ventunesimo secolo si è più anticonformisti ad essere religiosi piuttosto che il contrario. Mi meraviglia sempre la partecipazione di molti giovani che sono ancora legati alle tradizioni di questa città", conclude.
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