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Trent'anni dalla strage Moby Prince: la testimonianza di Rossella Totagiancaspro, vedova di Giuseppe de Gennaro

La signora de Gennaro: «Non dobbiamo permettere che questa strage resti impunita»

Continua incessante e senza sosta da trent'anni la ricerca di verità e giustizia da parte dei familiari delle vittime del Moby Prince, andato in fiamme dopo lo scontro nel porto di Livorno con la petroliera Agip Abruzzo.

Molfetta anche in quella occasione perse quattro marittimi: Giovanni Abbattista (45 anni) e Natale Amato (53 anni), Giuseppe de Gennaro (29 anni) e Nicola Salvemini (36 anni). Sensazioni, sentimenti di un vissuto che ha per sempre segnato la propria vita ci sono stati raccontati da Rossella Totagiancaspro, moglie di Giuseppe de Gennaro.

Nei giorni scorsi il consiglio comunale di Molfetta all'unanimità ha approvato un ordine del giorno inerente proprio alla Moby Prince, perché le 140 vittime abbiano verità e giustizia di quanto accaduto quel 10 aprile 1991. Per voi familiari questo atto che significato ha?
«Penso che sia stato un segnale forte i cui effetti si faranno sentire. Ora potremo richiedere con più forza un analogo intervento anche dalle istituzioni regionali. Noi vogliamo coinvolgere tutti i livelli istituzionali pugliesi e nazionali in questa opera di conoscenza sui fatti della strage del Moby Prince. Dopotutto non stiamo promuovendo una nostra verità privata ma ciò che è stato rilevato da una Commissione parlamentare d'inchiesta del Senato della Repubblica. Abbiamo chiesto alle istituzioni cittadine di confrontarsi nuovamente con quanto avvenuto trent'anni fa e decidere consapevolmente sulla base dei fatti accertati. La delibera n.11 del 10/03/2021 racchiude in sé la voglia di iniziare un nuovo percorso nella ricerca della giustizia e della verità anche da parte del Comune di Molfetta. Ringraziamo, per questo, il Sindaco Tommaso Minervini, il Presidente del Consiglio Comunale ed i Consiglieri tutti per la vicinanza dimostrata, per l'attenzione e per aver portato la nostra voce nelle sedi istituzionali cittadine. Per le famiglie delle vittime – in tutt'Italia – quest'atto rappresenta un importante segnale di supporto e, soprattutto, di speranza».

A trent'anni di distanza chi, secondo lei, è stato davvero accanto alle vostre lotte?
«In primis Loris Rispoli che, dopo tanti anni di lotta e sofferenza, pochi giorni fa ha avuto due infarti e per questo colgo l'occasione di fargli tanti auguri e di riprendersi al più presto, i fratelli Luchino e Angelo Chessa, figli del comandante e della moglie vittime del Moby Prince, Giuseppe Tagliamonte che ha perso il fratello, e che al tempo, da Napoli, è stato l'unico ad aver aiutato burocraticamente le quattro vedove molfettesi, il giornalista Francesco Sanna che da 11 anni insieme all'ingegner Gabriele Bardazza, studia ininterrottamente il caso scoprendo sempre nuovi importanti dettagli della strage. E poi tanti altri, tra i quali qualcuno che all'epoca dei fatti era già anziano ed ora non c'è più, altri che con il tempo sono crollati e poi si sono rialzati ed hanno ripreso a combattere. Ed ora ci son anche i figli delle vittime, quelli che erano solo bambini e neonati, e altri grandi giovani come Stefano, Alessandro, Massimiliano, che si sono uniti a noi in questa battaglia. Non ci fermeranno!»

Oggi quali sono i sentimenti che prova, allora era poco più che una ragazzina?
«Avevo solo 25 anni, eravamo sposati da tre anni e avevamo la nostra piccola Rossana di un anno e mezzo. Appresi la brutta notizia il mattino dell'11 aprile alle ore sei da una telefonata di mio padre ed ebbi la conferma accendendo la tv da una diretta straordinaria del Tg 5.
Non fummo avvisati da chi avrebbe dovuto farlo, né dalla compagnia Navarma, né da altre istituzioni. Nei tg parlavano di dispersi e di un solo membro dell'equipaggio che era sopravvissuto alla strage, sì … perché di strage si tratta, in quanto li hanno lasciati morire omettendone i soccorsi.
Partii subito verso Livorno, non sapevo che con quel termine "Dispersi" intendessero "Morti"! Partii con la speranza che Giuseppe si fosse salvato, era un atleta, un ragazzo sano, muscoloso, aveva solo 29 anni, non poteva morire in quel modo, non poteva lasciarci così di punto in bianco senza nemmeno salutarci, ci eravamo sentiti la mattina stessa del 10.
Pensai e speravo che fosse lui l'unico sopravvissuto, ma così non fu e quando arrivai alla stazione di Livorno dopo 12 ore di treno, mi portarono alla stazione marittima, da dove si vedeva benissimo la nave in fiamme, riesco ancora a ricordare quell'odore che si era sprigionato nell'aria di carne e ferro bruciato.

Poi dovetti riconoscerlo. Fui la dodicesima del giorno 12 ad essere chiamata perché avevano ritrovato la fede col mio nome e la data del matrimonio. Mi portarono nel capannone, dove in quel momento stavano ancora depositando i cadaveri, e dove fino a pochi mesi prima erano state depositate delle scorie radioattive recuperate da una nave.
Camminavo fra i cadaveri, molti erano ancora scoperti e qualcuno aveva ancora i vestiti illesi. A stento mi reggevano le gambe e mi tremavano le mani, sudavo freddo, avevo la tachicardia, ma l'avrei riconosciuto fra mille anche dai denti.
Lo ritrovarono sul ponte che era in direzione del Salone De Luxe, dove avevano raggruppato la maggior parte dei passeggeri. Lui era insieme agli altri cinque della squadra antincendio, di cui ne faceva parte e dalle bombole antincendio già usate ritrovate per terra, abbiamo capito che hanno lottato con tutte le loro forze tra il fumo e le fiamme come degli eroi per salvare le altre vite che erano a bordo.
Le indagini tossicologiche hanno rilevato una percentuale molto alta di monossido di carbonio nel suo sangue. Ciò vuol dire che ha resistito a lungo, forse ore, prima di svenire o di morire, ha aspettato quell'elicottero antincendio che buttasse acqua o una scaletta per scappare da quell'inferno, quel soccorso che però non è mai arrivato e lo ha lasciato morire, accasciandosi a forma di croce sul suo collega/amico caposquadra della squadra antincendio Giovanni Tagliamonte.
Adesso provo ancora tanta rabbia nei confronti dei responsabili di questa strage e della legge, lontana dalla giustizia.

Tornando a quelle giornate ricordo con affetto due persone importanti che all'epoca vennero ad abbracciarmi per darmi conforto: il senatore Enzo de Cosmo venne direttamente a Livorno non appena seppe dell'accaduto e abbracciandomi disse che "sentiva come se fossi sua figlia"; e l'inattesa visita di don Tonino Bello a casa dei miei, perché mi disse che "voleva abbracciare la più piccola delle mogli dei marittimi"».

Superare un trauma del genere non deve essere stato facile per lei, eppure ha sempre lottato, insieme con i familiari delle vittime, reputa che la vostra tenacia, la vostra forza, possano portare a trovare quella verità che gridate a gran voce?
«Il trauma che ho subito non passerà mai, dopo 30 anni non sono riuscita a dimenticare, nemmeno il tempo è riuscito a cancellarlo. Nella mia memoria è stampata una pellicola e vedo ancora molto chiaramente ogni frame.
Una gran parte della verità è uscita fuori grazie alla prima Commissione parlamentare d'inchiesta, di cui facevano parte la senatrice Sara Paglini e l'unico senatore pugliese Francesco Bruni.
Non possiamo permettere che le 140 vittime siano uccise per la seconda volta. Quelle anime meritano verità e giustizia, anche a nome di tutti i marittimi, che hanno sempre lavorato nel mare onestamente per sostenere economicamente le proprie famiglie.

Molfetta è originariamente un paese marittimo, molti di noi hanno avuto un papà, un fratello, un nonno che ha trascorso una buona parte della sua vita nel mare, lontano dalla propria famiglia.
Non dobbiamo permettere che questa strage resti impunita e chiediamo a gran voce la verità con una nuova commissione parlamentare d'inchiesta, al fine di dare giustizia, in modo che non accada più una tragedia del genere, perché su quel traghetto poteva esserci chiunque!».
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