«Imparare a disconnettersi»: l’opera del molfettese Marco Iannelli arriva in Germania - L'INTERVISTA
«Da dove viene la tua luce? Dallo schermo o da dentro? La tecnologia ci dà le ali, ma è anche un pericolo»
mercoledì 30 settembre 2026
18.15
Molfetta arriva in Germania, dentro uno dei luoghi simbolo di Schwäbisch Gmünd: la Johanniskirche. A portarla è Marco Iannelli, architetto e artista di origini molfettesi, con l'opera Guerilla Domus.
Al centro dell'opera c'è un incontro tra due luoghi lontani, ma profondamente legati alla storia personale dell'artista: Molfetta, con le sue tradizioni e le immagini della Settimana Santa, e Schwäbisch Gmünd, città in cui Iannelli vive e lavora. Un incontro che diventa anche una riflessione sul presente, sulla nostra dipendenza dagli schermi e sulla necessità di ritrovare uno spazio di disconnessione. Non è casuale, allora, che durante la performance Digital Detox tutti i visitatori dovessero depositare il proprio cellulare in una bara.
Abbiamo chiesto a Marco Iannelli di raccontarci da dove nasce questo progetto e cosa vuole comunicare.
Da dove nasce l'idea dell'opera e quale messaggio desideri trasmettere?
«L'idea è nata da uno sguardo. Dalla Johanniskirche si vede il Prediger, proprio di fronte: è da quella prospettiva che è nato il dittico. Da una parte c'è la fotografia dell'edificio reale, dall'altra una visione generata con l'intelligenza artificiale, che ricorda Firenze e la facciata mai realizzata da Michelangelo per San Lorenzo. Lo scultore Franz Huber mi ha poi spinto a portare questo lavoro dentro la chiesa. Il tema è l'illuminazione e la domanda che pongo è semplice: da dove viene la tua luce? Dallo schermo o da dentro? Il messaggio è di sensibilizzazione. La tecnologia ci dà le ali, ma è anche un pericolo, e io voglio mostrare proprio questa ambivalenza. Cercavo la luce interiore. L'ho trovata un po' in me e tantissimo nelle persone che hanno preso fuoco con me. Mia figlia, una sera, quasi addormentata, l'ha detto meglio di me: "In ogni persona c'è un pezzo di Dio"».
Molfetta è una presenza molto forte nel tuo lavoro, anche se oggi vivi in Germania. Perché hai scelto di fondere due luoghi così lontani?
«Perché per me non sono lontani. Sono cresciuto tra due culture e non ho mai vissuto questo "in mezzo" come uno sradicamento, ma come una soglia. Il dittico stesso è una soglia: due mondi in tensione, nessuno dei due divora l'altro. In questo senso è quasi autobiografico. Il mio motto è "tutto torna". La Pietà ne è l'esempio più bello: il Vesperbild nasce in Germania, arriva a Michelangelo a Roma e torna in processione per le strade di Molfetta il Venerdì Santo».
Nell'opera, architettura e AI convivono. Che cosa può aggiungere l'intelligenza artificiale a un luogo storico come la Johanniskirche che non potrebbe essere espresso attraverso i linguaggi tradizionali dell'arte?
«L'intelligenza artificiale è diventata il mio pennello. Io mi definisco "Il Pittore Immateriale": non lavoro con pigmento e tela, ma con luce, codice e con la tensione tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere.Chiamo questo metodo Projective Fiction: l'immagine speculativa non come promessa di un edificio futuro, ma come forma autonoma di conoscenza. L'AI permette di far dialogare, in un solo sguardo, passato, presente e futuro. Il Prediger che tutti conoscono appare all'improvviso come potrebbe essere stato, o come potrebbe diventare, e ci costringe a guardare la nostra città con occhi nuovi. Non sostituisce i linguaggi tradizionali: li mette in conversazione. Anche questa chiesa, secoli fa, era una novità radicale. Poi è diventata familiare. L'AI ci restituisce, per un attimo, quello stupore».
La performance del "Digital Detox", con gli smartphone depositati simbolicamente in una bara, sembra introdurre una contraddizione: utilizzi tecnologie molto avanzate per invitare il pubblico a disconnettersi dalla tecnologia. Qual è il significato di questo paradosso?
«Ne sono consapevole: sono un uomo che vive dentro gli schermi e che celebra il funerale dello schermo. Sono un appassionato di tecnologia e, con la tecnologia, riesco a esprimermi con più forza. Ma proprio per questo corro anch'io il rischio. Questa contraddizione non è un difetto dell'opera. È l'opera. Chi entrava deponeva il telefono nella bara e riceveva in cambio una candela: la luce fredda del display scambiata con una luce vera. Uso la tecnologia fino in fondo per mostrare dove finisce il suo potere. Perché, per quanto sia avanzata, non potrà mai sostituire la realtà».
Perché, secondo te, oggi abbiamo bisogno di un "digital detox" e cosa rischiamo di perdere se non impariamo a disconnetterci?
«Per me lavorare con l'intelligenza artificiale è come guidare un veicolo a oltre 400 chilometri orari. Serve molta più concentrazione e la concentrazione consuma energia. Se non stai attento, il cervello umano fa fatica a stare al passo. C'è il rischio di ammalarsi e anche la nostra società è in pericolo. La tecnologia può accelerare i nostri pensieri, ma può anche gettarci in uno stato di confusione. Per questo è importante rallentare e tornare all'umano. Lo conosciamo tutti: vogliamo catturare un momento bello, scattiamo una foto, la guardiamo e pensiamo che la realtà fosse mille volte più bella. Rischiamo di perdere l'essenziale: le persone. Davanti a uno schermo sei solo. Con questo progetto, invece, sono nate amicizie, entusiasmo, sguardi meravigliosi. In ogni persona c'è un pezzo di Dio, qualcosa che l'intelligenza artificiale non potrà mai colmare: l'intuizione, le emozioni, l'incontro tra le persone e, per me, anche la fede. Se non impariamo a disconnetterci ogni tanto, perdiamo proprio questo».
Perché hai scelto Apple e il Vaticano come destinazioni di queste due reliquie?
«Perché rappresentano i due poli della questione: chi crea lo strumento e chi custodisce lo spirito. Non è un attacco ad Apple. L'azienda verrà informata in anticipo: voglio mostrare l'ambivalenza del prodotto e invitare a un uso consapevole. Il reliquiario viaggerà via mare, lentamente, e con un AirTag chiunque potrà seguirne il viaggio: anche questa lentezza fa parte dell'opera. Il Vaticano è il contrappeso: la voce che da secoli ci ricorda cosa rende umano l'uomo, oggi anche in dialogo con l'intelligenza artificiale, come nella recente enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas. Dagli smartphone raccolti nascono dodici reliquie, come gli apostoli, avvolte nella cera. Tutti i ricavi vanno alla Johanniskirche. È di nuovo "tutto torna": la tecnologia torna al suo creatore, l'uomo torna al centro».
Al centro dell'opera c'è un incontro tra due luoghi lontani, ma profondamente legati alla storia personale dell'artista: Molfetta, con le sue tradizioni e le immagini della Settimana Santa, e Schwäbisch Gmünd, città in cui Iannelli vive e lavora. Un incontro che diventa anche una riflessione sul presente, sulla nostra dipendenza dagli schermi e sulla necessità di ritrovare uno spazio di disconnessione. Non è casuale, allora, che durante la performance Digital Detox tutti i visitatori dovessero depositare il proprio cellulare in una bara.
Abbiamo chiesto a Marco Iannelli di raccontarci da dove nasce questo progetto e cosa vuole comunicare.
Da dove nasce l'idea dell'opera e quale messaggio desideri trasmettere?
«L'idea è nata da uno sguardo. Dalla Johanniskirche si vede il Prediger, proprio di fronte: è da quella prospettiva che è nato il dittico. Da una parte c'è la fotografia dell'edificio reale, dall'altra una visione generata con l'intelligenza artificiale, che ricorda Firenze e la facciata mai realizzata da Michelangelo per San Lorenzo. Lo scultore Franz Huber mi ha poi spinto a portare questo lavoro dentro la chiesa. Il tema è l'illuminazione e la domanda che pongo è semplice: da dove viene la tua luce? Dallo schermo o da dentro? Il messaggio è di sensibilizzazione. La tecnologia ci dà le ali, ma è anche un pericolo, e io voglio mostrare proprio questa ambivalenza. Cercavo la luce interiore. L'ho trovata un po' in me e tantissimo nelle persone che hanno preso fuoco con me. Mia figlia, una sera, quasi addormentata, l'ha detto meglio di me: "In ogni persona c'è un pezzo di Dio"».
Molfetta è una presenza molto forte nel tuo lavoro, anche se oggi vivi in Germania. Perché hai scelto di fondere due luoghi così lontani?
«Perché per me non sono lontani. Sono cresciuto tra due culture e non ho mai vissuto questo "in mezzo" come uno sradicamento, ma come una soglia. Il dittico stesso è una soglia: due mondi in tensione, nessuno dei due divora l'altro. In questo senso è quasi autobiografico. Il mio motto è "tutto torna". La Pietà ne è l'esempio più bello: il Vesperbild nasce in Germania, arriva a Michelangelo a Roma e torna in processione per le strade di Molfetta il Venerdì Santo».
Nell'opera, architettura e AI convivono. Che cosa può aggiungere l'intelligenza artificiale a un luogo storico come la Johanniskirche che non potrebbe essere espresso attraverso i linguaggi tradizionali dell'arte?
«L'intelligenza artificiale è diventata il mio pennello. Io mi definisco "Il Pittore Immateriale": non lavoro con pigmento e tela, ma con luce, codice e con la tensione tra ciò che esiste e ciò che potrebbe esistere.Chiamo questo metodo Projective Fiction: l'immagine speculativa non come promessa di un edificio futuro, ma come forma autonoma di conoscenza. L'AI permette di far dialogare, in un solo sguardo, passato, presente e futuro. Il Prediger che tutti conoscono appare all'improvviso come potrebbe essere stato, o come potrebbe diventare, e ci costringe a guardare la nostra città con occhi nuovi. Non sostituisce i linguaggi tradizionali: li mette in conversazione. Anche questa chiesa, secoli fa, era una novità radicale. Poi è diventata familiare. L'AI ci restituisce, per un attimo, quello stupore».
La performance del "Digital Detox", con gli smartphone depositati simbolicamente in una bara, sembra introdurre una contraddizione: utilizzi tecnologie molto avanzate per invitare il pubblico a disconnettersi dalla tecnologia. Qual è il significato di questo paradosso?
«Ne sono consapevole: sono un uomo che vive dentro gli schermi e che celebra il funerale dello schermo. Sono un appassionato di tecnologia e, con la tecnologia, riesco a esprimermi con più forza. Ma proprio per questo corro anch'io il rischio. Questa contraddizione non è un difetto dell'opera. È l'opera. Chi entrava deponeva il telefono nella bara e riceveva in cambio una candela: la luce fredda del display scambiata con una luce vera. Uso la tecnologia fino in fondo per mostrare dove finisce il suo potere. Perché, per quanto sia avanzata, non potrà mai sostituire la realtà».
Perché, secondo te, oggi abbiamo bisogno di un "digital detox" e cosa rischiamo di perdere se non impariamo a disconnetterci?
«Per me lavorare con l'intelligenza artificiale è come guidare un veicolo a oltre 400 chilometri orari. Serve molta più concentrazione e la concentrazione consuma energia. Se non stai attento, il cervello umano fa fatica a stare al passo. C'è il rischio di ammalarsi e anche la nostra società è in pericolo. La tecnologia può accelerare i nostri pensieri, ma può anche gettarci in uno stato di confusione. Per questo è importante rallentare e tornare all'umano. Lo conosciamo tutti: vogliamo catturare un momento bello, scattiamo una foto, la guardiamo e pensiamo che la realtà fosse mille volte più bella. Rischiamo di perdere l'essenziale: le persone. Davanti a uno schermo sei solo. Con questo progetto, invece, sono nate amicizie, entusiasmo, sguardi meravigliosi. In ogni persona c'è un pezzo di Dio, qualcosa che l'intelligenza artificiale non potrà mai colmare: l'intuizione, le emozioni, l'incontro tra le persone e, per me, anche la fede. Se non impariamo a disconnetterci ogni tanto, perdiamo proprio questo».
Perché hai scelto Apple e il Vaticano come destinazioni di queste due reliquie?
«Perché rappresentano i due poli della questione: chi crea lo strumento e chi custodisce lo spirito. Non è un attacco ad Apple. L'azienda verrà informata in anticipo: voglio mostrare l'ambivalenza del prodotto e invitare a un uso consapevole. Il reliquiario viaggerà via mare, lentamente, e con un AirTag chiunque potrà seguirne il viaggio: anche questa lentezza fa parte dell'opera. Il Vaticano è il contrappeso: la voce che da secoli ci ricorda cosa rende umano l'uomo, oggi anche in dialogo con l'intelligenza artificiale, come nella recente enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas. Dagli smartphone raccolti nascono dodici reliquie, come gli apostoli, avvolte nella cera. Tutti i ricavi vanno alla Johanniskirche. È di nuovo "tutto torna": la tecnologia torna al suo creatore, l'uomo torna al centro».