Criptovalute e dichiarazione dei redditi: cosa devono sapere i contribuenti italiani su tasse e quadro RW
La guida per evitare errori e sanzioni nella dichiarazione dei redditi
giovedì 29 ottobre 2026
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PUBLIREDAZIONALE
C'è un momento, di solito in tarda primavera, in cui chi ha comprato criptovalute negli anni passati si accorge di non avere la minima idea di cosa dichiarare. Magari l'acquisto era stato fatto quasi per gioco, con qualche centinaio di euro, su un'app scaricata dopo una chiacchierata con un amico. Magari nel frattempo il portafoglio è cresciuto, o si è sgonfiato, o è rimasto lì, dimenticato. Poi il commercialista, o il CAF, fa la domanda che nessuno vuole sentirsi fare: possiede cripto-attività? E a quel punto si scopre che la risposta "sì, ma non ho venduto niente" non basta a chiudere la questione.
Il fisco italiano si è occupato in modo organico delle valute digitali solo di recente, e le regole sono cambiate più volte in poco tempo. Vale la pena metterle in fila, perché gli errori più frequenti nascono proprio dall'idea, molto diffusa, che finché non si incassa nulla non ci sia niente da comunicare.
Cosa conta, però, come operazione tassabile? Qui le cose si complicano. È rilevante la conversione in euro, cioè la vendita di criptovalute contro moneta legale, ed è rilevante l'utilizzo delle criptovalute per acquistare beni o servizi. Non lo è, invece, la semplice permuta tra cripto-attività con caratteristiche e funzioni analoghe: passare da una valuta digitale all'altra, in linea generale, non genera da sola una plusvalenza imponibile, anche se l'interpretazione dei casi meno lineari ha prodotto chiarimenti e discussioni tra gli addetti ai lavori. Chi detiene bitcoin, ether o token come Solana e li ha spostati più volte tra una piattaforma e l'altra farebbe bene a ricostruire con precisione la storia di ogni operazione, perché è da quella ricostruzione che dipende il calcolo.
Il punto più delicato, in pratica, è il costo di acquisto. La plusvalenza è la differenza tra quanto si incassa e quanto si era speso, e se quel costo non è documentato il rischio è che venga considerato pari a zero, con la conseguenza di pagare imposte sull'intero importo incassato. Estratti conto delle piattaforme, ricevute dei bonifici, cronologie scaricate dagli exchange: tutto ciò che permette di dimostrare quando e a che prezzo si è comprato andrebbe conservato con la stessa cura con cui si conservano le ricevute delle spese mediche.
Le minusvalenze, cioè le perdite, non sono inutili. Si compensano con i guadagni dello stesso anno e, se avanzano, possono essere riportate negli anni successivi, fino al quarto, a condizione di averle indicate in dichiarazione. È un dettaglio che molti trascurano, soprattutto dopo un anno negativo, quando l'ultima cosa che si ha voglia di fare è mettere nero su bianco le proprie perdite.
Questi proventi, secondo l'impostazione seguita dall'amministrazione finanziaria, vanno considerati al loro valore in euro nel momento in cui vengono ricevuti. Se poi i token ottenuti vengono venduti a un prezzo più alto, si aggiunge una plusvalenza ulteriore. Per chi ha attivato lo staking direttamente dall'app di un exchange, con un clic e senza pensarci troppo, il risultato può essere una lunga serie di piccoli accrediti, magari settimanali o giornalieri, ciascuno dei quali andrebbe registrato e valorizzato. Non è un lavoro che si improvvisa a settembre.
Per chi presenta il modello Redditi persone fisiche, lo strumento è il quadro RW, quello tradizionalmente dedicato al monitoraggio delle attività detenute all'estero, che dal 2023 accoglie anche le cripto-attività senza soglie minime di valore. Chi utilizza il 730 ha a disposizione da qualche anno un apposito quadro W, introdotto proprio per consentire anche ai lavoratori dipendenti e ai pensionati di adempiere a questi obblighi senza dover cambiare modello. Le plusvalenze, invece, trovano posto nel quadro RT.
Insieme al monitoraggio c'è un'imposta vera e propria, l'IVCA, l'imposta sul valore delle cripto-attività. Si paga ogni anno nella misura del 2 per mille del valore detenuto al 31 dicembre, ed è dovuta anche se il portafoglio non ha registrato alcuna operazione. Le piattaforme italiane possono applicarla direttamente per conto del cliente; per quelle estere, nella maggior parte dei casi, il calcolo e il versamento restano a carico del contribuente, con il modello F24.
In concreto, significa che le informazioni sui conti aperti presso gli exchange europei arriveranno all'Agenzia delle Entrate anche senza che sia il contribuente a comunicarle. Chi negli anni scorsi ha omesso di indicare le proprie criptovalute nel quadro di monitoraggio, o non ha versato l'imposta dovuta, ha ancora la possibilità di rimediare con una dichiarazione integrativa e il ravvedimento operoso, che riduce le sanzioni in proporzione al tempo trascorso. Più si aspetta, più la riduzione si assottiglia.
Per chi deve ancora presentare il modello Redditi, le settimane che mancano alla scadenza autunnale sono quelle giuste per raccogliere la documentazione. Scaricare i report annuali da ogni piattaforma usata, compresi gli account aperti anni fa e mai chiusi, ricostruire i prezzi di carico, distinguere ciò che è stato venduto da ciò che è stato solo spostato. Un lavoro noioso, a tratti frustrante, che però costa molto meno di una lettera dell'Agenzia arrivata con tre anni di ritardo e gli interessi già calcolati.
C'è un momento, di solito in tarda primavera, in cui chi ha comprato criptovalute negli anni passati si accorge di non avere la minima idea di cosa dichiarare. Magari l'acquisto era stato fatto quasi per gioco, con qualche centinaio di euro, su un'app scaricata dopo una chiacchierata con un amico. Magari nel frattempo il portafoglio è cresciuto, o si è sgonfiato, o è rimasto lì, dimenticato. Poi il commercialista, o il CAF, fa la domanda che nessuno vuole sentirsi fare: possiede cripto-attività? E a quel punto si scopre che la risposta "sì, ma non ho venduto niente" non basta a chiudere la questione.
Il fisco italiano si è occupato in modo organico delle valute digitali solo di recente, e le regole sono cambiate più volte in poco tempo. Vale la pena metterle in fila, perché gli errori più frequenti nascono proprio dall'idea, molto diffusa, che finché non si incassa nulla non ci sia niente da comunicare.
Tassazione delle criptovalute: aliquota, plusvalenze e operazioni rilevanti
La svolta è arrivata con la legge di bilancio per il 2023, che ha inquadrato le plusvalenze da cripto-attività tra i redditi diversi, con una tassazione sostitutiva. Fino al 2024 esisteva una franchigia di 2.000 euro, sotto la quale i guadagni non venivano tassati; dal 2025 quella soglia è stata eliminata, e il prelievo scatta dal primo euro. Con la legge di bilancio successiva è cambiata anche l'aliquota, salita dal 26% al 33% per le operazioni realizzate a partire dal 2026.Cosa conta, però, come operazione tassabile? Qui le cose si complicano. È rilevante la conversione in euro, cioè la vendita di criptovalute contro moneta legale, ed è rilevante l'utilizzo delle criptovalute per acquistare beni o servizi. Non lo è, invece, la semplice permuta tra cripto-attività con caratteristiche e funzioni analoghe: passare da una valuta digitale all'altra, in linea generale, non genera da sola una plusvalenza imponibile, anche se l'interpretazione dei casi meno lineari ha prodotto chiarimenti e discussioni tra gli addetti ai lavori. Chi detiene bitcoin, ether o token come Solana e li ha spostati più volte tra una piattaforma e l'altra farebbe bene a ricostruire con precisione la storia di ogni operazione, perché è da quella ricostruzione che dipende il calcolo.
Il punto più delicato, in pratica, è il costo di acquisto. La plusvalenza è la differenza tra quanto si incassa e quanto si era speso, e se quel costo non è documentato il rischio è che venga considerato pari a zero, con la conseguenza di pagare imposte sull'intero importo incassato. Estratti conto delle piattaforme, ricevute dei bonifici, cronologie scaricate dagli exchange: tutto ciò che permette di dimostrare quando e a che prezzo si è comprato andrebbe conservato con la stessa cura con cui si conservano le ricevute delle spese mediche.
Le minusvalenze, cioè le perdite, non sono inutili. Si compensano con i guadagni dello stesso anno e, se avanzano, possono essere riportate negli anni successivi, fino al quarto, a condizione di averle indicate in dichiarazione. È un dettaglio che molti trascurano, soprattutto dopo un anno negativo, quando l'ultima cosa che si ha voglia di fare è mettere nero su bianco le proprie perdite.
Staking, airdrop e rendite: i redditi che molti dimenticano
Poi c'è tutto il capitolo dei proventi che non derivano da una vendita. Lo staking, ovvero il meccanismo con cui si bloccano le proprie criptovalute per partecipare alla validazione delle transazioni in cambio di una ricompensa, produce un reddito a tutti gli effetti. Lo stesso vale per gli airdrop, le distribuzioni gratuite di token, e per le varie forme di rendimento offerte da piattaforme e protocolli di finanza decentralizzata.Questi proventi, secondo l'impostazione seguita dall'amministrazione finanziaria, vanno considerati al loro valore in euro nel momento in cui vengono ricevuti. Se poi i token ottenuti vengono venduti a un prezzo più alto, si aggiunge una plusvalenza ulteriore. Per chi ha attivato lo staking direttamente dall'app di un exchange, con un clic e senza pensarci troppo, il risultato può essere una lunga serie di piccoli accrediti, magari settimanali o giornalieri, ciascuno dei quali andrebbe registrato e valorizzato. Non è un lavoro che si improvvisa a settembre.
Quadro RW, quadro W e IVCA: dichiarare anche senza vendere
Arriviamo al punto che crea più sorprese. Anche chi non ha venduto nulla, non ha incassato nulla e non ha guadagnato un centesimo deve comunque dichiarare il possesso di criptovalute. Il fisco vuole sapere cosa c'è nel portafoglio, a prescindere dai movimenti.Per chi presenta il modello Redditi persone fisiche, lo strumento è il quadro RW, quello tradizionalmente dedicato al monitoraggio delle attività detenute all'estero, che dal 2023 accoglie anche le cripto-attività senza soglie minime di valore. Chi utilizza il 730 ha a disposizione da qualche anno un apposito quadro W, introdotto proprio per consentire anche ai lavoratori dipendenti e ai pensionati di adempiere a questi obblighi senza dover cambiare modello. Le plusvalenze, invece, trovano posto nel quadro RT.
Insieme al monitoraggio c'è un'imposta vera e propria, l'IVCA, l'imposta sul valore delle cripto-attività. Si paga ogni anno nella misura del 2 per mille del valore detenuto al 31 dicembre, ed è dovuta anche se il portafoglio non ha registrato alcuna operazione. Le piattaforme italiane possono applicarla direttamente per conto del cliente; per quelle estere, nella maggior parte dei casi, il calcolo e il versamento restano a carico del contribuente, con il modello F24.
Exchange esteri, DAC8 e regolarizzazione: cosa cambia da quest'anno
Fino a poco tempo fa, una parte dei possessori di criptovalute contava, più o meno consapevolmente, sul fatto che le piattaforme estere fossero difficili da controllare. Quella stagione si sta chiudendo. La direttiva europea nota come DAC8, applicabile dal 2026, obbliga i prestatori di servizi per le cripto-attività a raccogliere i dati dei propri clienti e delle loro operazioni e a trasmetterli alle autorità fiscali, che poi li scambiano tra i Paesi dell'Unione. A questo si aggiunge il regolamento MiCA, che ha introdotto regole comuni per gli operatori del settore in tutta Europa.In concreto, significa che le informazioni sui conti aperti presso gli exchange europei arriveranno all'Agenzia delle Entrate anche senza che sia il contribuente a comunicarle. Chi negli anni scorsi ha omesso di indicare le proprie criptovalute nel quadro di monitoraggio, o non ha versato l'imposta dovuta, ha ancora la possibilità di rimediare con una dichiarazione integrativa e il ravvedimento operoso, che riduce le sanzioni in proporzione al tempo trascorso. Più si aspetta, più la riduzione si assottiglia.
Per chi deve ancora presentare il modello Redditi, le settimane che mancano alla scadenza autunnale sono quelle giuste per raccogliere la documentazione. Scaricare i report annuali da ogni piattaforma usata, compresi gli account aperti anni fa e mai chiusi, ricostruire i prezzi di carico, distinguere ciò che è stato venduto da ciò che è stato solo spostato. Un lavoro noioso, a tratti frustrante, che però costa molto meno di una lettera dell'Agenzia arrivata con tre anni di ritardo e gli interessi già calcolati.