Tra storia e devozione: a Santo Stefano esposta la statua di San Liborio
Dopo mezzo secolo, la statua lignea dell’Arciconfraternita torna visibile in chiesa
domenica 12 aprile 2026
La storia dell'arte molfettese di pari passo alla pietà popolare quest'anno si arricchisce di un capitolo che sa di riscoperta. In occasione della ricorrenza di San Liborio (solitamente commemorata il 9 aprile), la chiesa di Santo Stefano a Molfetta torna ad ospitare un tesoro che mancava da esattamente cinquant'anni.
Grazie alla sinergia tra l'Arciconfraternita di Santo Stefano e il Museo Diocesano di Molfetta, la statua lignea del Santo è stata temporaneamente trasferita dal deposito museale alla chiesa, offrendo ai cittadini l'opportunità di ammirare un'opera sottratta per decenni allo sguardo pubblico. Non si tratta solo di un'esposizione artistica, ma di un recupero della memoria storica locale. La statua, di autore ignoto e di proprietà dell'Arciconfraternita di Santo Stefano dal Sacco Rosso, rappresenta Liborio, il vescovo di Le Mans noto per la sua profonda umiltà e per l'impegno civile e spirituale profuso in ventinove anni di episcopato.
L'esposizione culminerà nella celebrazione liturgica di domenica 12 aprile (Santa Messa ore 10.30) quando i fedeli torneranno a recitare un'antica novena che, nell'Ottocento, rappresentava un appuntamento fisso per la comunità molfettese. Il testo della novena, recuperato dagli archivi, rivela aspetti curiosi della figura di San Liborio. Oltre al suo profilo biografico – l'abbandono dei "diletti terreni" per lo studio delle scienze umane e sacre – il Santo è storicamente invocato come protettore contro mali fisici molto specifici.
Secondo l'antica preghiera, a Liborio è riconosciuto il privilegio speciale di intercedere per chi soffre di calcoli, coliche e malattie nefritiche. Un dettaglio che, al di là della fede, ci parla di una medicina del passato che cercava nel sacro un sollievo a sofferenze allora difficilmente curabili. L'antifona finale in latino recita infatti: "Oret Deum Altissimum, ne pro culpa peccaminum morbo vexemur calculi" , ovvero "preghi il Dio Altissimo affinché non siamo tormentati dal morbo dei calcoli a causa dei nostri peccati".
Un invito alla riscoperta non solo religioso: visitare la chiesa di Santo Stefano in questi giorni significa osservare da vicino un pezzo del patrimonio ligneo del territorio e immergersi in una tradizione che affonda le radici nella "divina ispirazione" che portò, secoli fa, alla traslazione delle reliquie del Santo attraverso l'Europa, accompagnata da cronache di grandi festeggiamenti e solennità.
Un'occasione per riscoprire un "protettore potente" che, dopo mezzo secolo di silenzio nel Museo Diocesano, torna a parlare alla sua città attraverso la bellezza della sua effige.
Grazie alla sinergia tra l'Arciconfraternita di Santo Stefano e il Museo Diocesano di Molfetta, la statua lignea del Santo è stata temporaneamente trasferita dal deposito museale alla chiesa, offrendo ai cittadini l'opportunità di ammirare un'opera sottratta per decenni allo sguardo pubblico. Non si tratta solo di un'esposizione artistica, ma di un recupero della memoria storica locale. La statua, di autore ignoto e di proprietà dell'Arciconfraternita di Santo Stefano dal Sacco Rosso, rappresenta Liborio, il vescovo di Le Mans noto per la sua profonda umiltà e per l'impegno civile e spirituale profuso in ventinove anni di episcopato.
L'esposizione culminerà nella celebrazione liturgica di domenica 12 aprile (Santa Messa ore 10.30) quando i fedeli torneranno a recitare un'antica novena che, nell'Ottocento, rappresentava un appuntamento fisso per la comunità molfettese. Il testo della novena, recuperato dagli archivi, rivela aspetti curiosi della figura di San Liborio. Oltre al suo profilo biografico – l'abbandono dei "diletti terreni" per lo studio delle scienze umane e sacre – il Santo è storicamente invocato come protettore contro mali fisici molto specifici.
Secondo l'antica preghiera, a Liborio è riconosciuto il privilegio speciale di intercedere per chi soffre di calcoli, coliche e malattie nefritiche. Un dettaglio che, al di là della fede, ci parla di una medicina del passato che cercava nel sacro un sollievo a sofferenze allora difficilmente curabili. L'antifona finale in latino recita infatti: "Oret Deum Altissimum, ne pro culpa peccaminum morbo vexemur calculi" , ovvero "preghi il Dio Altissimo affinché non siamo tormentati dal morbo dei calcoli a causa dei nostri peccati".
Un invito alla riscoperta non solo religioso: visitare la chiesa di Santo Stefano in questi giorni significa osservare da vicino un pezzo del patrimonio ligneo del territorio e immergersi in una tradizione che affonda le radici nella "divina ispirazione" che portò, secoli fa, alla traslazione delle reliquie del Santo attraverso l'Europa, accompagnata da cronache di grandi festeggiamenti e solennità.
Un'occasione per riscoprire un "protettore potente" che, dopo mezzo secolo di silenzio nel Museo Diocesano, torna a parlare alla sua città attraverso la bellezza della sua effige.