Riforma Nordio, le ragioni del NO: incontro ieri a Molfetta
Un dibattito partecipato sulla giustizia e sui rischi per l’autonomia della magistratura
sabato 31 gennaio 2026
11.48
Un incontro molto partecipato quello dedicato al tema della giustizia, in vista del referendum, che si è svolto presso l'Auditorium Madonna della Rosa. Un momento di confronto intenso e approfondito, animato da interventi qualificati e da un pubblico attento, nel quale sono emerse forti preoccupazioni sugli effetti della cosiddetta riforma Nordio.
Ad aprire il dibattito è stato Sergio Amato, presidente di Libera, che ha ricordato come l'associazione abbia aderito fin da subito al Comitato per il NO. Secondo Amato, ci si trova di fronte a un passaggio cruciale della storia democratica del Paese: cresce infatti un diffuso risveglio delle coscienze civili rispetto a una riforma che, ha sottolineato, non è stata approvata a maggioranza parlamentare.
La moderatrice dell'incontro, la giudice Anna De Simone, ha chiarito che il confronto sulla riforma non rappresenta una "guerra di religione", né uno scontro tra magistrati e avvocati. Al contrario, il nodo centrale riguarda il rischio di un indebolimento dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura, ottenuto attraverso una modifica della Costituzione, che costituisce il patto fondativo della democrazia italiana.
De Simone ha inoltre richiamato l'attenzione sui costi economici della riforma: oggi il Consiglio Superiore della Magistratura costa allo Stato circa 43 milioni di euro all'anno; con l'istituzione del doppio Consiglio e dell'Alta Corte di Giustizia, le spese risulterebbero triplicate. A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: dei 12 mila giovani assunti per sostenere il lavoro delle cancellerie dei tribunali, ben seimila rischiano a breve il licenziamento, con un grave danno per il funzionamento della giustizia.
Sul valore della Carta costituzionale si sono soffermati la professoressa De Leo e il professore Chionna, che hanno ricordato l'intento dei Padri costituenti: costruire una democrazia solida attraverso una chiara separazione dei poteri. Un equilibrio che, secondo i relatori, oggi appare seriamente minacciato dal tentativo di ingerenza della politica nell'ordinamento giudiziario.
Molto diretto, infine, l'intervento del pubblico ministero di Trani Giovanni Vaira, che ha evidenziato alcune delle principali storture della riforma. In particolare, ha criticato la composizione dell'Alta Corte di Giustizia, chiamata a giudicare i magistrati, che sarebbe formata prevalentemente da esponenti politici. Questi ultimi verrebbero selezionati dalla politica stessa attraverso liste bloccate, mentre i magistrati sarebbero nominati per sorteggio tra tutti quelli in servizio, anche tra chi non ha competenze o interesse specifico per i problemi dell'ordinamento giudiziario.
Secondo Vaira, la riforma appare quindi chiaramente strumentale a un indebolimento strutturale e permanente della magistratura. Una scelta tanto più grave se si considera che la Costituzione, che vive da oltre ottant'anni, una volta modificata non potrà essere facilmente cambiata in futuro.
Ad aprire il dibattito è stato Sergio Amato, presidente di Libera, che ha ricordato come l'associazione abbia aderito fin da subito al Comitato per il NO. Secondo Amato, ci si trova di fronte a un passaggio cruciale della storia democratica del Paese: cresce infatti un diffuso risveglio delle coscienze civili rispetto a una riforma che, ha sottolineato, non è stata approvata a maggioranza parlamentare.
La moderatrice dell'incontro, la giudice Anna De Simone, ha chiarito che il confronto sulla riforma non rappresenta una "guerra di religione", né uno scontro tra magistrati e avvocati. Al contrario, il nodo centrale riguarda il rischio di un indebolimento dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura, ottenuto attraverso una modifica della Costituzione, che costituisce il patto fondativo della democrazia italiana.
De Simone ha inoltre richiamato l'attenzione sui costi economici della riforma: oggi il Consiglio Superiore della Magistratura costa allo Stato circa 43 milioni di euro all'anno; con l'istituzione del doppio Consiglio e dell'Alta Corte di Giustizia, le spese risulterebbero triplicate. A questo si aggiunge un ulteriore elemento critico: dei 12 mila giovani assunti per sostenere il lavoro delle cancellerie dei tribunali, ben seimila rischiano a breve il licenziamento, con un grave danno per il funzionamento della giustizia.
Sul valore della Carta costituzionale si sono soffermati la professoressa De Leo e il professore Chionna, che hanno ricordato l'intento dei Padri costituenti: costruire una democrazia solida attraverso una chiara separazione dei poteri. Un equilibrio che, secondo i relatori, oggi appare seriamente minacciato dal tentativo di ingerenza della politica nell'ordinamento giudiziario.
Molto diretto, infine, l'intervento del pubblico ministero di Trani Giovanni Vaira, che ha evidenziato alcune delle principali storture della riforma. In particolare, ha criticato la composizione dell'Alta Corte di Giustizia, chiamata a giudicare i magistrati, che sarebbe formata prevalentemente da esponenti politici. Questi ultimi verrebbero selezionati dalla politica stessa attraverso liste bloccate, mentre i magistrati sarebbero nominati per sorteggio tra tutti quelli in servizio, anche tra chi non ha competenze o interesse specifico per i problemi dell'ordinamento giudiziario.
Secondo Vaira, la riforma appare quindi chiaramente strumentale a un indebolimento strutturale e permanente della magistratura. Una scelta tanto più grave se si considera che la Costituzione, che vive da oltre ottant'anni, una volta modificata non potrà essere facilmente cambiata in futuro.