Minervini dopo la Cassazione: «Fiducioso. Una regia dietro le dimissioni di 13 consiglieri»

L'ex sindaco di Molfetta commenta l'annullamento senza rinvio: «L'indagine non è ancora conclusa eppure ho subito giudizi e processi di piazza»

venerdì 23 gennaio 2026 18.30
A cura di Nicola Miccione
«La sentenza emessa dalla Corte di Cassazione è il massimo riconoscimento che la stessa Suprema Corte può compiere accogliendo le tesi difensive. E questo fa sentire fiduciosi nell'istituzione giustizia. L'indagine non è ancora conclusa eppure ho subito giudizi e processi di piazza grazie a pennivendoli da strapazzo».

Così l'ex sindaco di Molfetta, Tommaso Minervini, ha commentato la sentenza della Corte di Cassazione che, negli scorsi giorni, ha annullato senza rinvio «l'ordinanza impugnata (divieto di dimora limitato agli uffici comunali) e quella emessa» lo scorso 6 giugno con la quale il primo cittadino era stato sottoposto agli arresti domiciliari in un'inchiesta della Procura della Repubblica di Trani. A suo carico, fra le altre, l'ipotesi di reato di turbativa d'asta.

Sotto la lente degli investigatori la gestione delle gare d'appalto di varie opere pubbliche della città. Minervini, dal 6 giugno 2025, è stato sottoposto per 26 giorni ai domiciliari. Provvedimento revocato dal Riesame. Ad, ottobre, infine, il consiglio comunale fu sciolto per le dimissioni di 13 consiglieri. C'è stata una regia dietro? «Ne sono certo - ha risposto -. In particolare per i tre della maggioranza. Un ignobile patto scellerato, una squallida vicenda pseudo politica», ha detto Minervini.

Su un possibile ritorno alla vita politica cittadina, Minervini ha spiegato di non potersi ricandidare «per legge al terzo mandato avendone già fatti due». Quanto ad un possibile collegamento della sua vicenda giudiziaria con il tema del prossimo referendum sulla giustizia si limita a rispondere: «Spero che il Tar Lazio lo rinvii».


Tommaso Minervini dopo l'annullamento della Cassazione. Come sta?
«​Vivo tra la quiete interiore e la tempesta razionale ed emotiva, come in una sorta di Sturm und Drang della fine del '700 tedesco».

23 giorni ai domiciliari, poi il divieto di avvicinamento agli uffici comunali. Come ha vissuto questo periodo e quale impatto ha avuto sulla sua vita professionale e personale?
«​L'ho vissuto responsabilmente, mi sono isolato autonomamente sin da aprile ancor prima di ogni decisione del giudice, per capire e autodisciplinarmi nelle reazioni alla tempesta che mi stava capitando. Forse un giorno scriverò un libro su questo. Ho dovuto toccare con mano il livello di civiltà dei silenziosi e quello di inciviltà dei rumorosi. La vicinanza umana dei veri amici e i falsi ipocriti pronti alla immediata condanna seppur non pronunciata, ma visibile negli sguardi. Ho visto la cosiddetta classe politica reclamare la libbra di carne perché finalmente poteva distruggere ciò che non riusciva a fare politicamente ed elettoralmente. Ho umanizzato il mio pianto intimo e i miei folli pensieri anche estremi, mentre ascoltavo il silenzio assordante delle persone autorevoli e il silenzio imbarazzante delle donne dei diritti femminili, anche quando si calpestavano i più elementari diritti della persona, come nel caso della intervista delle Iene, commissionata vedremo da chi. Abbiamo assistito ad un giornalismo locale, tranne un paio di eccezioni di civiltà, scrivere fuori da ogni quadro di valori costituzionali e dei diritti basilari delle persone, con fare succulento sulla pelle mia e degli altri coindagati. Alcuni di questi pseudo giornalisti dovranno affrontare in sede civile le loro responsabilità davvero ignobili. Mi si può criticare sul piano politico, ma i miei oltre 50 anni di impegno pubblico, faccio politica dal liceo, e oltre 40 anni di impegno professionale ad alti livelli, sembravano azzerati. Azzerati il passato e il futuro. Ma avendo trascorso la mia vita di educatore penitenziario e di uomo pubblico ad insegnare ai giovani a non mollare mai se si è davvero convinti delle proprie ragioni, ho resistito. E come ammonisce lo stesso Gaetano Salvemini ho studiato, studiato, studiato».

Come ha vissuto, da sindaco, il contrasto tra la consapevolezza della sua presunta innocenza e le accuse formulate dalla Procura della Repubblica di Trani?
«Ricordandomi di Socrate e dello stesso Gaetano Salvemini nella cui cultura sono stato allevato. Quindi non ho vissuto alcun contrasto, ma immediatamente di dover affrontare con determinazione la consapevolezza della Istituzione, del sistema giustizia, che deve essere rispettata e salvaguardata oltre gli uomini di quel momento: "gli uomini passano le Istituzioni restano", era l'ammonimento che spesso Finocchiaro mi ricordava, riprendendo la figura di Carlo Arturo Jemolo, un grande giurista del '900. Ed essendo un uomo delle istituzioni cresciuto nei migliori valori del '900, ho vissuto questo passaggio della mia vita analizzando i fatti, e la Verità intanto al vaglio della mia coscienza. Mi ha sorretto la consapevolezza che lo stesso sistema giustizia prima o poi fosse in grado di pervenire alla ricerca della verità. Mi sorregge inoltre l'insegnamento di Gaetano Salvemini: fa sempre quello che devi accada quello che può . E quando perdi una battaglia arretra e se sei veramente ed intimamente convinto delle tue ragioni ricomincia daccapo. E se ancora una volta le tue ragioni non vengono riconosciute esci per strada e grida la tua verità come un pazzo melanconico».

Cosa ne pensa delle accuse e come si è preparato a difendersi?
«Rivedendo con scrupolo e rigore atti, fatti, leggi e la giurisprudenza, unitamente ai miei legali. Non intendo entrare nel merito dei capi di incolpazione per il rispetto che prima dicevo verso l'Istituzione Giustizia e le regole che io non intendo in alcun modo violare. Queste cose come diceva il compianto Giuliano Vassalli si fanno nel silenzio e nella austerità delle aule di giustizia. Vedremo in seguito. Altrimenti qui diventano tutti procuratori, giudici, esperti amministrativi, giuristi, come ho letto in questi mesi da parte di tuttologi, purché esca il sangue. L'indagine non è ancora conclusa eppure ho subito giudizi e processi di piazza grazie a pennivendoli da strapazzo, spesso compulsati dagli oppositori di ogni livello e da incivili leoni da tastiera, violando la legge e i più elementari valori della civiltà giuridica e del rispetto umano».

La Cassazione ha annullato senza rinvio «l'ordinanza impugnata e quella emessa» dal Tribunale di Trani. Cosa significa tutto ciò? Come si è sentito dopo la pronuncia degli ermellini?
«Il significato e gli effetti tecnico giuridico vanno richiesti agli avvocati Malcangi e Poli coi quali attendo le motivazioni. Nel frattempo mi hanno spiegato che la sentenza emessa dalla Suprema Corte di Cassazione è il massimo riconoscimento che la stessa Suprema Corte può compiere, in questa fase cautelare, accogliendo le tesi difensive espresse su tutti i capi di incolpazione rimasti dopo il Riesame, che chiedevano, anche ai fini della ingiusta detenzione, di vagliare il corretto inquadramento giuridico delle incolpazioni e i loro gravi indizi di colpevolezza. Questo fa sentire fiduciosi nella Istituzione Giustizia».

La vicenda ha avuto un forte impatto mediatico. Come lo ha gestito? E come mai non ha mai voluto dimettersi?
«Oltre 50 anni di vita pubblica, con soggetti di vario genere. 40 anni di attività professionale all'interno del sistema penitenziario pugliese in ambiti estremi (detenuti psichiatrici di ogni genere, tossici di ogni specie acuti e cronici, sociopatici, etc). I grandi maestri avuti da Beniamino Finocchiaro a Giovanni De Gennaro. Tutto questo forma la personalità e la coscienza di chi prima di fare una qualunque cosa la sempre ponderata col rispetto sostanziale delle leggi, soprattutto morali. Posso aver compiuto frenesie passionali nel fare. Ma mai con la consapevolezza di violare la legge. Non sarei passato indenne e con stima in 40 anni di carcere e in oltre 50 di attività politica, di cui 13 anni di sindaco, 2 anni di vice sindaco, 2 anni di presidente Amnu. Ho calcolato a spanne che in tutti questi anni mi sono capitati lavori che possiamo tranquillamente stimare vicini al miliardo di euro, per non parlare di tanto altro, dall'urbanistica alle attività produttive e commerciali e così via. Ed io so a Molfetta sanno benissimo, anche i più feroci detrattori, che mai un sol centesimo o una illegalità consapevole io abbia mai fatto né consentito. Non ho mai pensato di dimettermi e l'ho sempre detto perché in coscienza ritengo di avere sempre agito nell'interesse della città. Tutta la vita ho insegnato a generazioni di detenuti, operatori penitenziari, assistenti sociali, studenti che quando ritieni di essere nella ragione questa non devi mai barattarla con la via facile e accomodante. ma costi quel che costi attestare sempre a testa alta e schiena diritta la tua verità».

A ottobre tredici consiglieri comunali, a poche settimane dalle elezioni regionali, si sono dimessi decretando la fine del suo mandato. C'è stata una regia dietro questa mossa politica?
«Ne sono certo. In particolare per i tre della maggioranza. Un ignobile patto scellerato, una squallida vicenda pseudo politica tra Molfetta e Bari, all'interno della quale vi erano obiettivi sia per il voto regionale, sia contro me e la mia maggioranza e sia sull'ipotecare il futuro di Molfetta, inquinando così la volontà democratica espressa nel giugno 2022 dalla città. Ma spero che la protervia non prevarrà a lungo. Affiora alla mente l'emblematico dialogo tra frà Cristoforo e don Rodrigo, che si concluse con la celebre invocazione profetica: "Verrà un giorno… "».

Ha un messaggio per i suoi avversari politici? Che ne pensa dell'attuale gestione commissariale sui cantieri aperti? Cosa ha perso Molfetta con la caduta dell'Amministrazione?
«Il mio sincero e meditato messaggio per i miei avversari politici di Molfetta è che non auguro a nessuno di loro di vivere quello che anche loro, indirettamente, hanno contribuito a far vivere a me e ai coindagati e alle loro famiglie. E non è ancora finita. Dico questo anche a fronte della malignità con cui alcuni pennivendoli e pseudo politici hanno commentato la stessa sentenza della Suprema Corte. Mi chiedo, quando Molfetta potrà essere amministrata senza la paura e la contrapposizione violenta. Dal 13 marzo 2013 troppe persone e famiglie hanno sofferto e continuano a soffrire, anche quelle estranee alla politica, quante altre vite dovranno soffrire, perché questi sono traumi violenti che non tutti reggono e spesso abbiamo contato, indirettamente, decessi o patologie gravi anche nel tempo da quel marzo 2013 ai monitoraggi a tutt'oggi. Quando mi chiedo, lo stesso apparato municipale potrà uscire, dall'attuale stato di burocrazia difensiva e di tensione negativa e ridiventare quella gioiosa comunità operativa che ha fatto grandi cose in questa Città in questi anni, portandola in molti campi della considerazione delle best practices regionali. Con la caduta della mia amministrazione Molfetta ha avuto una forte lesione nella sua anima civile e democratica. Il prossimo sindaco sarà ancora oggetto di violenta opposizione? Coloro che hanno subito violenza oggi renderanno la stessa violenza a chi la esercitata? A Molfetta è così dal 2012. Per questo il mio augurio, so invano, è quello che si possa sperare in una comunità disarmata e disarmante della violenza verbale. Per chi ha buona volontà e voglia si andasse a leggere "Il management della non violenza" di Nino Messina, per citare qualcosa e qualcuno che tutti conoscono. Per quanto concerne la gestione commissariale, non so proprio che stia facendo. Spero solo che si occupi pienamente e prontamente di tutti i cantieri aperti, del completamento di tutti i progetti PNRR e soprattutto ridia fiducia e sostegno a tutti i dirigenti e all'intero apparato, evitando comportamenti pregiudizievoli. Ulteriori incompiute e la perdita dei finanziamenti PNRR sarebbe una grave sciagura irrecuperabile per Molfetta».

Guardando al futuro - processo a parte -, cosa spera dopo questa vicenda? Sarà ancora impegnato in politica?
«Io non posso ricandidarmi per legge al terzo mandato avendone già fatti due. Attualmente l'unica cosa che mi interessa è la conclusione con giustizia e verità di questo capitolo. Gente che è cresciuta nella cultura della legalità, nel lavoro sodo e rigoroso, in situazioni come queste rischia di diventare patologicamente scompensata. Se poi lei per politica intende l'occuparsi, il rimanere attivo nella conoscenza e nello studio delle problematiche generale del mio Paese, Regione, Città, la mia risposta è Si. Tutti i cittadini dovrebbero fare questo! Si figuri uno come me che fa politica da ragazzo, ricordo ancora oggi il fatto traumatico per me e molti giovani dell'epoca che mi indusse ad iniziare a leggere di politica: Jan Palach, uno studente che si diede fuoco il 16 gennaio 1969 per protestare contro l'occupazione sovietica della Cecoslovacchia, non avevo ancora compiuto 15 anni».

Referendum sulla giustizia, lei come la vede?
«Allo stato vedo solo che sia resa giustizia giusta per me e per i coindagati. Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella all'incontro con i magistrati ordinari in tirocinio il 19 gennaio 2026, li ha esortati a non agire mai con emotività o per suggestioni, ma in assoluta imparzialità nell'interpretazione delle leggi, dovendo il giudice fare riferimento all'intero ordinamento giuridico, al rispetto della Costituzione e delle fonti internazionali, tenendo anche conto dei precedenti giurisprudenziali. L'applicazione della legge non consente mero automatismo, ma rappresenta l'esito di una doverosa attività di ponderazione e di valutazione di cui deve farsi carico il magistrato, sia giudicante che requirente. Questo il fulcro. Al momento sull'attuale referendum spero che il Tar Lazio lo rinvii».